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3Juvenilia015

CHI EDUCA NON PUO RISPONDERE ALLA CATTIVERIA
CON LA CATTIVERIA, SPERANDO CHE ESSA GENERI AMORE


Non sospendere mai l'azione educativa
a fianco dei ragazzi più difficili
Paola Scalari

 

Che fare con i ragazzi difficili? Se lo chiedono allenatori e dirigenti, ancora più spesso i genitori pronti a eliminare le "mele marce" . Con questo numero di Juvenilia, dopo aver riflettuto per più numeri di rivista con lucidità e senso della prospettiva su "Lavorare insieme tra adulti" nell'associazione, Paola Scalari con generosità inizia un nuovo percorso di riflessione, questa volta sui "ragazzi difficili" dentro la squadra e l'associazione. La ringraziamo per la sua passione e acutezza che ha ben presente l'affermazione di don Bosco secondo cui in ogni giovane, anche il più difficile, "havvi alcunché di bene" da cui comincia il lavoro educativo.

 

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In ognuno di questi ragazzi, anche il più disgraziato, v'è un punto accessibile al bene. Compito di un educatore è trovare quella corda sensibile e farla vibrare.

(Don Bosco)

Marco, tredici anni portati dentro a il corpo minuto e scattante, spalleggiato e applaudito da Fosco, il bel tenebroso, Ludovico il potente palestrato e Manuel, l'eterno sfigato, urta ripetutamente Elena.
La combriccola di maschi la guarda precipitare lungo l'immacolata pista da sci, sbeffeggiandola. Il gruppetto di bulletti si avventa addosso alla compagna e la riempie di neve infilandogliela dentro a ogni pertugio lasciato percorribile dalla bellissima e nuovissima tuta rosso Ferrari. La ragazzina piange, invoca il papà, rimane inerme sulla gelida neve. Nessuno viene in suo soccorso.
Il padre della giovane atleta è il vice presidente dell'associazione sportiva e afferma con enfasi che non vuole privilegi per la sua bambina. Elena quindi giace a terra infreddolita e silenziosa poiché come sentenzia l'uomo: "Deve gareggiare al pari con i maschi", "Nessun vantaggio le deve essere accordato", "Un vero atleta sa affrontare le avversità". E quindi Elena stessa ritiene di doversi vergognare per quanto ha subito e le ha strappato qualche lacrima. Perciò, pur infreddolita e con il viso inzuppato di neve sciolta e di mocciconi congelati, riprende la sua discesa. Poco dopo però perde l'equilibrio, cade, rimane immobile. È incapace di rialzarsi dal gelido manto nevoso.
Uno dei maestri dello sci club interviene. La va a rialzare, consolare, ripulire, riscaldare. Sceso a valle chiede di sospendere dalle gare i ragazzi che hanno aggredito Elena.
Si apre un contenzioso che non è ancora concluso. Sono i giovanotti da punire o Elena è rea di avere come padre una persona particolarmente influente, invadente, sempre presente, che ingelosisce chi non ha questo privilegio?

Ragazzi incapaci di rapportarsi con i coetanei

La vita collettiva evidenzia dei ragazzi incapaci di rapportarsi con i coetanei. Qualche volta questi bambini agiscono da soli. Il più delle volte lo fanno sostenuti da compagni che si mantengono nell'ombra. Protagonisti e comparse, se individuati e sgridati, si offendono e attaccano anche gli adulti.
Chi gestisce una squadra sportiva, Wl gruppetto che si incontra per una qualche attività nel tempo libero o un'aula formativa, dunque, sa che facilmente in questi luoghi incontrerà qualche elemento ritenuto impossibile e perciò indesiderabile. Sono questi dei piccoli violenti, teppisti, sboccati, provocatori.
Quando questo accade però non si può additare solo chi infastidisce, non sta alle regole, disprezza i compagni, insulta gli adulti educatori. Bisogna ampliare lo sguardo ai gruppi entro cui il soggetto ritenuto "cattivo" si muove. Si potrebbe ipotizzare che il ragazzo che aggredisce ha paura di essere la vittima e che, piuttosto di correre il rischio di venir sottomesso, inizia ancor prima che accada qualsiasi cosa a inveire, attaccare, difendersi. O forse, ancor peggio, il perfido ragazzino è sottomesso a qualche forma di coercizione interna o esterna e perciò denuncia questo stato delle cose attraverso il provocare all'altro ciò che egli sente di patire.
Poiché questo scenario spaventoso sta solamente dentro alla mente dei bambini terribili è necessario uno sforzo per immaginarlo, vederlo, osservarne le sequenze con uno speciale "fermo immagine" e il paziente passaggio alla "moviola" che aiutino a percepire indizi, particolari, retroscena.
Il polverone che i ragazzi difficili alzano facendo baccano, osando sfidare gli adulti, agendo in modo dissennato con i compagni è infatti capace di vederlo chiunque. Il motivo che spinge i piccoli verso azioni malvagie, invece, lo possono individuare solo educatori capaci di pensieri non stereotipati.
Gli allenatori, quando si imbattono in ragazzi visti come cattivi, si devono perciò fermare e mettersi a pensare, a collegare fatti, a individuare retro scena. Devono infatti trovare la strada per dare voce a rappresentazioni mai del tutto chiare, poiché annidate dietro le quinte dell'abbaglio violento. Prima di intervenire possono dunque interrogarsi su cosa nasconda il ragazzo impossibile che non vogliono stia in palestra, frequenti l'oratorio, rimanga in aula.

È semplicistica l'idea di eliminare il soggetto difficile

La domanda da cui possono partire è:
"Cosa lo spinge a farsi buttar fuori?". Iniziano quindi ad analizzare se lo scacciano perché non è interesse della società sportiva tenerlo, coltivarlo, sostenerlo o se è il gruppo dei compagni che lo ha eletto a colui che non funziona, inducendo gli adulti a fare un'azione di espulsione o ancora se il sabotatore disturba all'unico scopo di attirare l'attenzione sui suoi problemi.
Porsi queste dubbi aiuta gli educatori a non definire il giovane atleta un "cattivo elemento" dichiarando ciò che è evidente senza nessuna possibilità di evoluzione. L'idea che per togliere il disturbo arrecato al lavoro del gruppo basti eliminare il soggetto difficile è semplicistica e rappresenta la rinuncia dell'intento educativo.
Cercare il colpevole è una mancanza di creatività che offende la ricchezza e profondità dell'animo umano. La scelta di emarginare, scacciare, dichiarare che l'allievo indisciplinato è indesiderato, è però spesso quella più immediata. La banalità attira e vince sulla complessità, per superficialità. E così il ragazzo viene etichettato, per sempre. Il suo modo di disturbare per essere visto produce proprio ciò che egli maggiormente teme: essere eliminato dalla vista di coloro dai quali vorrebbe essere accettato, compreso, voluto.
Sospendere, metter fuori dalla squadra, espellere dalla società sportiva, interrompere le frequenza dall'attività Iudica, sono dunque l'esito di una azione non-educativa. Agendo in questo modo viene, infatti, a mancare una risposta evolutiva alla richiesta, spesso confusa, sempre irritante e, alle volte, davvero insopportabile del bambino impossibile da addomesticare.
Egli infatti con la sua inquietudine orticante domanda di poter trovare sollievo alla sua frenesia grazie allo sguardo educativo degli adulti che si stanno occupando di lui.
Coloro che si prefiggono non solo di allenare e istruire, quindi, non possono cavarsela togliendosi di torno i ragazzi difficili. Se lo facessero verrebbero meno al compito formativo.

Un'esperienza educativa supplementare

l percorso per chi vuole dare. Invece, una chance a questi ragazzi ribelli, indisciplinati, maleducati è di quello di offrire loro un' esperienza educativa supplementare.
E se educare significa "tirar fuori", il primo passo consiste nel dare voce a quel che si agita dentro alle giovani menti dei ragazzi che appaiono come cattivi.
I piccoli con i loro comportamenti dissennati, quindi, inviano il messaggio a chi si occupa di loro. Il decifrarlo fa parte del mestiere educativo. Per assolvere a questa operazione, però, il più delle volte non basta una persona singola. Ci vuole il gruppo che, riflettendo e ragionando, aiuti ogni componente del team educatori-allenatori-dirigenti a non farsi accecare dalle proprie problematiche umane.
Allontanare ciò che inquieta, disturba, sfibra, stanca, ostacola è infatti umano. Allontanare chi ha diritto a essere aiutato va, tuttavia, contro i diritti dei minori e disattende la mission educativa di allenatori, animatori, sacerdoti, insegnati, formatori.
Solo in gruppo però prende forma, trova voce e viene decodificata la complessità del disagio dei minori che si comportano in modo maleducato.
Rabbia, offese, prepotenze non vanno quindi giustificate, ma nemmeno solamente punite.
Le cattive condotte del singolo vanno osservate dentro il gruppo pensante che, grazie all'esperienza personale dei singoli e alla ricchezza professionale proveniente da ruoli e saperi differenti, sappia dare voce a quanto nel comportamento del soggetto difficile è muto, fisso, ripetitivo. Il comportamento inadeguato dell'adolescente è Il agire che sostituisce il dire. Il dare parola al vissuto dei ragazzi che si mostrano cattivi rimette quindi in moto la comunicazione che cura e lenisce le ferite dell'anima.

La decodifica del senso del comportamento

La domanda che apre ogni discussione sul comportamento dei bambini indisciplinati, provocanti, aggressivi, violenti riguarda dunque la decodifica del senso di quel comportamento.
Nessuno nasce cattivo. Chiunque, esposto a un'inadeguata azione pedagogica, diventa malvagio, aggressivo, scellerato. Il problema dunque diviene come testimoniare l'essere Il buon educatore per contrastare i deficit formativi vissuti dal minore.
Per rispondere all'interrogativo sul senso dell'agire dei cattivi ragazzi quindi non vanno cercati i colpevoli né nelle brutte compagnie, né negli inadeguati maestri e nemmeno nei genitori difettosi. Certamente se si è arrivati all' esito osservato degli errori ci sono stati. Altri adulti hanno sicuramente una qualche responsabilità. Affermarlo però non cambia la situazione. Anzi. Denigrare mondo familiare o mondo scolastico rende impotenti, poiché poco si può fare per modificare questi fatti già accaduti. Quindi un ragionamento sulle carenze familiari, sulle influenze amicali e sulle colpe della società è scontato e non porta a trasformare la situazione.
Caso mai amici e genitori, docenti e figure parentali entreranno in campo successivamente per iniziare a condividere il piano di recupero emotivo del ragazzo impossibile. Sarà questo il progetto per ridare forza alla sua parte buona, tenera, vulnerabile. Saranno dunque una pluralità di interventi che permetteranno di far emergere quello che il piccolo ha seppellito dietro una scorza dura e respingente. Diventerà, infine, il percorso per costruire attorno al ragazzo fastidioso, ribelle e insopportabile dei legami umanizzanti in grado di donare parole capaci di illuminare le zone d'ombra della sua tormentata anima.

Il contatto con i contenuti di tipo emotivo tenuti nascosti

Il nocciolo della questione è che gli adulti che già stanno incontrando il minore possano trovare un pertugio emotivo al fine di contattare emotivamente la parte spaventata, fragile, insicura del bambino ribelle. L'aiuto reciproco che i componenti del collettivo educativo possono darsi sta dunque nel non farsi abbagliare dall'evidenza per entrare, coraggiosamente, in contatto con i sentimenti che stanno nascosti dietro al malvagio comportamento.
Tutti possono arrivare a capire perché tutti, seppur in misura più o meno limitata, hanno fatto esperienza di quanto alzano la voce, urlano e imprecano quando colui che amano e dal quale si aspettano affetto, comprensione, tolleranza, li sta deludendo, abbandonando, negando. Va quindi cercato con pazienza, dedizione, saggezza, tolleranza, maturità il "killer emotivo" alimentato dalla paura dell'abbandono e dalla disperazione dovuta al rifiuto.
Non si tratta di trovare colpe. Il colpevole è chi agisce, quindi il ragazzo. Su questo c'è poco da dibattere. Ma il problema sta nel come recuperare il suo agire inadeguato, dispettoso, borioso, prepotente... Questa deve diventare la questione centrale. Va quindi perseguita l'idea che chi si comporta male riceva una punizione tesa a dimostragli che lo si vuole vicino trovando modi e maniere di occuparsi di più di lui.
L'agire educativo non può rispondere alla cattiveria con la cattiveria, sperando che essa generi amore. Quindi se l'allontanamento va scartato, bisogna però andare a costruire offerte che si collochino nella rieducazione dei rapporti umani. I comportamenti vanno quindi decifrati, letti nella loro complessità, analizzati nei luoghi dove sono nati e si sono sviluppati per poter intervenire sui diversi contesti.

L'insensatezza di ogni forma di abbandono e punizione

Se gli educatori si limitassero a punirli con l'esclusione condannerebbero il ragazzo ad assumere un'identità definita da altri in modo semplicistico. A questo punto la fatica di essere una persone civile, che l'adolescente evidenzia con le sue cattive condotte, potrebbe divenire l'identità irrisolta del giovane. È più facile per lui essere "il Cattivo", così come tutti dicono, che capire perché è "il Disperato", così come lui solo sa.
Divenire perfido, quindi, permette all'adolescente di trovare una scorciatoia al difficile e complesso compito di decidere chi egli sia se non si sente amato, protetto, benvoluto, importante. Un'etichetta appiccicata da altri sostituisce irrimediabilmente la travagliata ricerca identitaria che ogni adolescente deve invece compiere per trovare il suo posto nel mondo.
E dietro a questa definizione preconfezionata e ben esposta il ragazzo nasconde la paura dell'abbandono, della negazione, della squalifica. Dietro a facili definizioni offerte dal mondo adulto va dunque celandosi ciò che ha reso duro e aggressivo il ragazzo. Delle volte è sufficiente che egli sappia che gli adulti (allenatori, insegnati, catechisti, sacerdoti, genitori, parenti) si stanno preoccupando per lui e s'incontrano per capire come aiutarlo a cambiare atteggiamento. Provare per credere! In questi gruppi di lavoro deve però essere condiviso autenticamente il sentimento della preoccupazione comune, Non deve perciò mai farsi strada il desiderio di raddrizzare il bambino con la forza, di scovare per lui punizioni esemplari, di darsi per vinti abbandonandolo al suo destino.
Agli educatori è chiesto quindi di rispondere alla rabbia dei giovani evitando con cura di attuare i medesimi atteggiamenti violenti dei ragazzi. Dalla paura del rifiuto nessuno è uscito sentendosi rifiutare.

 

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.