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DIETRO RAGAZZI CATTIVI
CI SONO CATTIVI EDUCATORI
Allenatori e dirigenti che si misurano con la paura che rende violenti i ragazzi

Paola Scalari

Tu sei l'arco che lancia i figli verso il domani. (Khalil Gibran)

I ragazzi più si sentono soli, senza guida, senza regole, senza stop più sentono crescere dentro di loro l'impossibilità di contenere i sentimenti negativi. In realtà, più o meno consapevolmente, essi cercano chi svolga questa funzione di contenimento e, spesso, "provocano" proprio affinché chi è adulto dica: "Adesso basta!" .
Per essere di aiuto quel confine, però, deve essere posto senza furia, senza mortificazioni, senza brutalità, poiché deve rappresentare l'interesse amorevole verso i ragazzi. Ma bisogna intervenire prima che il tiro sia così alto che quanti comunicano con i ragazzi - a scuola, in famiglia, nello sport ... - perdano la testa e alla violenza rispondano con violenza.

 

Con passo risoluto il padre di Lorenzo, uomo calvo e possente, si allontana dalla piccola e disadorna sala dove l'allenatore del figlio lo ha convocato. l'uomo sbatte con un colpo secco la porta della palestra e, salito in auto, parte facendo stridere sull'asfalto traslucido le ruote della sua "Giulietta': In macchina rievoca la scena appena accaduta.

Ritornano, come in un ritornello, le parole con le quali gli è stato notificato l'allontanamento del figlio dal campo sportivo. "Lorenzo non potrà più giocare con le promesse del Chies. Mai più: Espulso, indesiderato, perché soggetto troppo cattivo. Il sogno di vederlo in serie A, svanito. La speranza di saperlo ricco, dissolta. La certezza di osservarlo ammirato e corteggiato da giovani e bellissime donne, sparita. E tutto questo disastro per una monelleria.
Certo le parole dell'allenatore l'avevano definita diversamente, ma solo per via dell'antipatia che questi nutre - da sempre - per Lorenzo. I fatti sono semplici. Avevano tenuto in spogliatoio il suo ragazzo perché aveva detto una sequela di parolacce contro l'allenatore. - Ma quale adolescente non le dice? - commenta tra sé e sé l'uomo sorpassando due autobus in un colpo solo.
Suo figlio si era mortalmente annoiato. Indispettito, ma a ragione poiché non venivano valorizzate le sue capacità, aveva allagato lo spogliatoio e distrutto così ogni oggetto, vestito, suppellettile dei suoi compagni.
AI rientro della squadra, di fronte alle invettive dei suoi coetanei e allo sbraitare del suo allenatore, aveva scaraventato le bottigliette dell'acqua, come fossero bombe a mano, addosso a tutti. Immobilizzato da due adulti accorsi per via dei rumori assordanti e delle urla sempre più acute li aveva morsicati, presi a calci e feriti con le unghie. "Una vera belva" aveva detto il presidente dei giovani del Chies, facendo eco alle rimostranze dell'allenatore. "Due incapaci" riteneva senza ombra di dubbio lui che, in quanto padre, conosceva il suo ragazzo.
Nel frattempo l'ingorgo della tangenziale lo fa rallentare. La fila di auto è scomposta e gli permette dei zig zag per avanzare di qualche posto tra suoni di clacson e qualche gesto poco edificante. l'uomo pensa che sono tutti dei pusillanimi e che chi, come lui e suo figlio, si fa valere non viene apprezzato.
Mentre queste frasi si formulano nella sua mente la volante della polizia stradale lo ferma. Richiesti e controllati i documenti lo invita a comportamenti più corretti. l'uomo tace e riparte mentre, in un vortice incessante, gli tornano a galla le prediche della sua ex moglie. Lucia lo ha sempre rimproverato di dare troppa corda a Lorenzo, di fargliele passare tutte lisce, di trattarlo come fosse già grande.

"La sempre corrugata Lucia, donna depressa, rigida, moralistica, bacchettone che può capire della virilità maschile?" si chiede mentre si infila tra due possenti camion richiedendo al tir con rimorchio che sorpassa una veloce e stridente frenata. Un guizzo di paura gli fa stringere il volante. Ma poi riprende a pensare che Lorenzo a quattordici anni ha deciso di andare a vivere con lui preferendolo alla madre.
"I ragazzi hanno bisogno di libertà, di fiducia, di sperimentarsi. Non si può tenerli al guinzaglio e sparare loro addosso se non ti obbediscono. Non si può eliminarli come ha fatto l'allenatore con quell'aria di "so tutto io" e il presidente Matteucci con quel ghigno di rimprovero dipinto in faccia, sentenzia a voce alta nel piccolo abitacolo.
La coda intanto si smaltisce. La viabilità diventa scorrevole e l'uomo si ritrova davanti a casa. Spera non ci sia Lorenzo perché non saprebbe come dargli la notizia. Si guarda intorno, frastornato. Constata, con un respiro di sollievo, che il motorino del figlio non c'è, segno che il giovane è fuori casa. Entra in cucina prende una birra fresca e passa in salotto sprofondando nel divano. La tracanna per allentare la tensione, si dice. Per nascondere la paura di affrontare il figlio e di perdere il vantaggio che ha ottenuto rispetto alla madre, gli suggerisce una vocina interiore. Magari, pensa, potrebbe regalargli la cinepresa che tanto desiderava per compensarlo della brutta botta che prenderà sapendosi espulso dalla squadra.
Il cellulare intanto squilla. Lo estrae dalla tasca lentamente perché riconosce le note della marcia nuziale con cui ha connotato le telefonate della sua ex moglie. È infatti Lucia. Con voce metallica gli comunica che Lorenzo è a casa sua. L'uomo, sudando copiosamente, chiede notizie. Lucia, con un fare da bollettino meteorologico, gli dice che il ragazzo è distrutto per la follia che ha combinato quel mattino in palestra e che è disperato per il male che ha fatto agli amici, all'allenatore, al fisioterapista e al papà di Achille che lo volevano bloccare. l'uomo la incalza: "Ma come sta?': La donna con fare amareggiato sentenzia:
"Piange e urla che non l'ha fatto apposta, che non era in sé, che adesso si ammazza': Poi infastidita aggiunge: "Ho cercato di consolarlo, ma inutilmente. Anzi. Ogni mia parola pronunciata per sollevarlo dai sensi di colpa lo getta nello sconforto più nero':
l'uomo inveisce contro l'inettitudine della donna, dell'allenatore, della
squadra di calcio, della direzione sportiva. l'ex moglie, fingendo di non sentire, ribadisce che non riesce a persuadere Lorenzo che, in qualche modo, si potrà rimediare e tutto tornerà a posto. L'uomo sentenzia che bisogna portarlo via da Cesena affinché non si senta umiliato. La donna decreta che intanto lo porta al Pronto soccorso.
Nel frattempo dal microfono giunge il rumore di vetri rotti segno della furia che sta scuotendo il corpo di Lorenzo. Si urla addosso male parole e cerca conferma del suo essere un individuo spregevole. Lui non vale nulla è il tetro ritornello con cui accompagna testate sul muro e pugni sulle credenze di casa. La madre interrompe la chiamata all'ex marito affermando che non si può lasciare Lorenzo solo con i suoi demoni e che lo porta all'ospedale. l'uomo corre a rimettersi le scarpe, cerca affannosamente le chiavi dell'auto finite per terra, si asciuga il sudore che gli imperla la fronte, butta giù in un sol sorso una seconda birretta imprecando contro chi ha fatto del male al suo Lorenzo, grande promessa del calcio nazionale.

Nessuno nasce arrabbiato con il mondo

Dietro a ragazzi cattivi ci sono cattivi educatori. Nessun essere umano nasce arrabbiato con il mondo, ma l'assenza di appropriate cure genitoriali, la mancanza di un legame benevolo tra madre e padre, la visione distorta del concetto di educazione da parte dei formatori, possono rendere un giovane incapace di comportarsi in modo adeguato.
L'aggressività, la prepotenza, il bisogno di predominare, l'assoluto egocentrismo del bambino vengono infatti mitigati, rimodellati, educati dal mondo familiare e dal mondo sociale attraverso le funzione di cura e di contenimento.
Sono i ragazzi che hanno ricevuto in maniera insufficiente queste attenzioni, non solo quelli che possono assumere atteggiamenti meno idonei nel mantenimento di rispettose relazioni, ma anche quelli che hanno bisogno di educatori, allenatori, istruttori, sacerdoti e professionisti capaci di assorbire odio e generare amore.
Le funzioni genitoriali non sono infatti una questione biologica, bensì una capacità psichica. Qualsiasi adulto che voglia educare un minore deve poter dunque sviluppare queste competenze mentali. I ragazzi non possono infatti educarsi da soli.
Quando i loro genitori sono fragili, confusi o incompetenti è dunque necessario che altri adulti educatori sappiano prendersi cura di loro con pazienza, saggezza, forza d'animo.
Una mancanza di attenzioni genitoriali, infatti, genera nel ragazzo un senso di vuoto, angoscia e paura. Ogni inquietudine vissuta da un adolescente, allora, è dovuta al terrore che si genera dentro di lui a causa della mancanza di punti di riferimento. Il giovane, senza qualcuno che accolga i suoi moti aggressivi, non può
trasformare la paura di essere solo al mondo nel desiderio di crescere, essere apprezzato, venir ammirato da chi gli sta accanto.
È dunque il sentirsi senza appoggio, abbandonato, rifiutato, incompreso che fa insorgere nel minore l'angoscia abbandonica. Con il crescere di un'opprimente paura cresce la sua incapacità di contenere le emozioni che invadono il suo corpo. È come se il mondo interiore fosse pieno di "oggetti cattivi" che premono come duri e pungenti macigni. Il ragazzo sente allora la necessità di liberarsi di questo gravoso peso interiore. Scaraventa quindi fuori l'odio che dà forma a questi dolorosi "calcoli mentali". Lo espelle e lo deposita in chi gli sta attorno. Lo proietta ed evacua su chiunque gli si avvicini. Il mondo esterno si popola così di "gente cattiva". E il vissuto paranoico diventa via via sempre più incontenibile in un'amara spirale che genera aggressività, rabbia, violenza.
Più nella mente di un adolescente albergano "pensieri cattivi" derivanti da rappresentazioni di persone o di parti di esse che sono assenti, molli, distratte, insicure, sadiche, coercitive, abusanti, più egli esplode in modo prepotente, brutale e crudele.
La violenza del vuoto educativo e la violenza del ricatto relazionale, dunque, generano la sua disumanità.

Allenatori e dirigenti che curano i pensieri cattivi

La cattiveria di un ragazzo è dunque l'espressione delle distorte attenzioni familiari e della fragilità educativa dei suoi educatori di riferimento che, invece di supplire alle cure che gli sono mancate, lo condannano per non averle ricevute.
La priorità anche in palestra, nel campo sportivo, nel ring, nel rettangolo di terra rossa, nello stadio, quando si ha a che fare con un minorenne, sarebbe invece sempre quella educativa. Anche perché nessun campione diventa tale se non ha la capacità di stare al mondo con gli altri, di rispettare le regole della convivenza, di comprendere il valore del rispetto e di apprezzare il gioco collettivo.
Un atleta irresponsabile può apparire a tratti geniale, ma prima o poi si distrugge e distrugge l'ambiente in cui gioca. Ma per ogni allenatore, animatore, istruttore e adulto, fino alla maturità del giovane, c'è la possibilità di educare!
Senza l'amorevolezza di almeno un adulto competente, dunque, l'odio per un mondo che viene sentito come ostile non trova pace.
E anche nel campo sportivo si tratta di offrire ai ragazzi la presenza di persone carismatiche, ammirabili, umanamente competenti. Persone che abbiano lo statuto di adulto e non siano perciò arroccate in visioni narcisistiche, che portano a dare più valore alla vittoria che ai giovani che la devono perseguire.
A nulla perciò serve colpevolizzare madri e padri incapaci, a molto invece serve assumere quelle funzioni che loro non hanno saputo svolgere.
I genitori, alle volte, per un'amara storia generazionale, non sono proprio in grado di assorbire la rabbia del bambino senza fuggirvi lontano o senza reciprocarla come tale. Mamme e papà possono non possedere le capacità psichiche per elaborare i sentimenti dei figli. Possono cioè non essere capaci di bonificare, attraverso il loro più maturo senso della realtà, le emozioni dei loro ragazzi. Realtà che comprende il fatto che nessuno può avere e fare ciò che vuole, ma che la negoziazione e la mediazione tra desideri propri e altrui diventa la via maestra per coltivare buoni rapporti con sé, con il prossimo e con il mondo. Madri e padri questa funzione educativa la svolgono contenendo i desideri dei figli in modo che il limite non solo funzioni da linea di confine tra sé e gli altri, ma anche da esperienza che lo alleni a tollerare il fatto di non averla sempre vinta.

Senza furia, senza mortificazioni, senza brutalità

Un ragazzo più si sente lasciato da solo, senza guida, senza regole, senza stop più sente accrescere dentro di sé l'impossibilità di contenere i suoi sentimenti negativi. Egli allora cerca chi svolga questa funzione di contenimento educativo e, spesso, provoca proprio affinché chi è adulto gli dica "Adesso basta!". Quel confine invalicabile però deve essere posto senza furia, senza mortificazioni, senza brutalità poiché deve rappresentare il segno dell'interesse amorevole verso il ragazzo. Se non sa contenersi da solo l'adulto lo tiene al suo posto affinché impari ad autoregolarsi.
Bisogna allora intervenire prima che il tiro sia così alto che tutti quelli che circondano il ragazzo perdono la testa e alla violenza del giovane rispondono con violenza. Spesso rinunciando a educare attraverso la sospensione, l'espulsione, l'allontanamento.
Ma chi darà a questi ragazzi l'opportunità di crescere?

 

UN LIBRO PER SAPERNE DI PIU’

ConTatto
la consulenza educativa ai genitori
La Meridiana, Molfetta 2010

Francesco Berto, psicopedagogista, e Paola Scalari, psicologa e psicoterapeuta, offrono ai lettori un testo scorrevole, seppur denso di concetti, di suggestioni e di spunti tratti dalla loro vasta esperienza, per riflettere sul difficile compito di educare i figli nella società attuale. Società in cui i rapporti intergenerazionali sembrano essere inesistenti o tali, da impedire sia la scelta e la condivisione di modelli educativi adeguati, sia il supporto alla crescita dei figli.
Anche i servizi e le istituzioni, che dovrebbero aiutare mamme e papà a sviluppare le competenze educative, hanno spesso sedi difficili da raggiungere e orari rigidi da rispettare; tendono inoltre a fornire soluzioni precostituite che fanno sentire i genitori inadeguati e poco competenti. Così padri e madri, chiusi nel loro involucro narcisistico, esercitano in solitudine e con notevole sofferenza la funzione genitoriale. Solo con fatica e in situazioni di emergenza cercano l'aiuto di esperti. Ma in emergenza il tempo è vincolante sia per i genitori che per i professionisti.
(Pia M. Sigismondi, psicoterapeuta)

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.