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COP Generazione don Milani 590 1516 1

Francesco Berto – Paola Scalari

I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.

(da Lettera ad una professoressa)

Maestro, voglio scrivere giusto per farti conoscere quello che ho in testa.Il mio maestro mi ha insegnato a pensare.

(da In classe con la testa)

Incontri ravvicinati

Gli anni sessanta aprivano a nuove visioni della vita sociale. Il clima culturale faceva sentire la possibilità di avviare importanti cambiamenti. Queste trasformazioni, per chi si sintonizzò con passione su quel sentire innovativo, vennero spontanee. Nascevano idee per rendere la scuola fabbrica di evoluzioni, trasformazioni, cambiamenti. Credemmo in una scuola alternativa, luogo educativo di tutti e per tutti. Tra i banchi di scuola sognammo di costruire un mondo migliore.


Pensavamo: “Se i bambini frequenteranno una “scuola giusta” sapranno vivere da giusti. Combattemmo quindi contro la scuola dei privilegi per prodigarci affinché tutti potessero costruirsi un sapere, delle conoscenze e delle alternative in modo da poter accedere a ruoli sociali diversi da quelli a cui erano destinati. Fu in quel clima di fermenti che sapemmo di un prete che insegnava in modo diverso e che, essendo un uomo della Chiesa, scandalizzava i suoi superiori. Ci piacque subito. Salimmo in un paese sperduto in un mondo che ci apparve fuori del mondo. Conoscemmo don Lorenzo. E ci legittimammo a fare scandalo. Scandalizzare voleva dire rompere con la paura di ribellarsi e, a noi giovani a cui avevano insegnato l'obbedienza supina, il dogma intoccabile e il timore reverenziale, quell'idea calzava a pennello. A noi che educati a non permetterci “pensieri contro” poterci far forti del testo redatto da un prete ribelle, ma pur sempre uomo di Chiesa, ci aiutò molto, anzi moltissimo.
Ci sentivano assolti dall'andare controcorrente. Invogliati a costruire qualcosa di nuovo combattendo l'ingiustizia sociale.
Per chi era cresciuto sotto l'egida della paura dell'inferno e del pubblico disonore il prete schietto di Barbiana rappresentò davvero una forza rivoluzionaria. Fu un lasciapassare non facilmente comprensibile per chi oggi assapora fin dalla più tenera età il diritto a dire la sua!
E i ragazzi di Barbiana sorretti da lui la dissero, eccome!
Don Milani quindi, uomo colto e borghese appartenente al clero fiorentino, ci legittimò ad insegnare secondo i nostri valori che, come i suoi, andavano controcorrente. Potevamo criticare i professori che discriminavano i ragazzi. Dovevamo combattere pacificamente la modalità classista dell'apprendimento scolastico. “Lettera ad una professoressa” divenne il nostro manifesto. O almeno molti di noi lo sentirono, usarono, studiarono in questa chiave. Magari solo nella parti con cui ci sentivamo in sintonia dimenticando ben presto ciò che non ci tornava in alcuni discorsi o visioni. Poco importò. Lo usammo come veicolo di rottura. Fu il nostro “libretto rosso”.

“Lettera ad una professoressa” ci fu di sprone a continuare per la nostra strada di uomini e donne che credevano, forse con ingenuità, ma non per questo operando ingenuamente, che dalla scuola potesse iniziare un profondo cambiamento sociale.
Tale rivoluzione non c'è stata come ce l'eravamo immaginata, ma se ci guardiamo indietro possiamo rilevare quante volte nella scuola si dà per scontato ciò che allora appariva impossibile. E don Milani cercò di sconfiggere con noi e per noi la parola “impossibile”. Vogliamo sottolineare e combattere questa concezione che purtroppo si usa anche oggi, seppur in modo diverso. Si dice: “Impossibile cambiare modo di insegnare”. Su questa idea di un cambiamento possibile noi invece abbiamo speso la nostra vita professionale. Abbiamo fatto scuola in modo alternativo, promosso un educare nel territorio che rendesse giustizia a chi rischiava l'emarginazione, realizzato un occuparsi del bambino nelle sue relazioni con gli adulti e ideato progetti individualizzati per per tutti i bambini e i ragazzi.
Insegnando insieme negli anni '70 e poi continuando ad operare per una psicopedagogia capace di trasformazioni. Nel 1987 abbiamo dato vita nel Comune di Venezia ad un servizio di aiuto alla famiglia, i Centri Età Evolutiva, che ci ha permesso di occuparci del disagio dei bambini e dei ragazzi attraverso dei Laboratori creativi che, fuori dell'orario scolastico, perseguissero una possibilità di evoluzione emotiva e intellettiva. Ad essi si affiancavano gruppi definiti “Carta e penna” che sostenevano l'inclusione scolastica dei meno capaci scolasticamente. Bambini e ragazzi incontravano allora educatori in grado di liberarli dalla paura di apprendere poiché erano desiderosi di trasmettere loro che sapere cose nuove, lasciare il noto per l'ignoto, trasformarsi sono dimensioni umane avvincenti. Ma i ragazzi non sono entità isolate e la dimensione del legame tra due o più persone trasmette la capacità di legare idee e di far nascere da questa “copula interiore” nuove concezioni. Aiutare gli adulti ad essere tali diveniva allora compito complementare a quello di occuparsi dei minori.
Nello stesso tempo quindi ci occupammo della formazione degli insegnati al fine di lavorare sui contesti relazionali e creavamo reti con i professori per favorire l'inclusione degli allievi considerati “difficili”. Infine, andando là dove le famiglie vivono, sostenevamo la crescita educativa dei genitori e della comunità educante.
Ben più di trenta educatori erano contemporaneamente formati ed impegnati a comprendere i bisogni dei piccoli al fine di dare parola al loro mondo interiore. Realtà interna che oggi spesso blocca nelle nuove generazioni la possibilità di cimentarsi con l'apprendimento poiché impedisce loro di provare, rischiare, accettare di non sapere già tutto.
Chi sta bene con se stesso può infatti apprendere con maggior facilità. Cercavamo quindi di raggiungere tutti senza rivolgersi prioritariamente a chi era in modo conclamato a disagio in quanto oggi, diversamente da un tempo, la sofferenza non è una questione di classe sociale.
La fragilità psichica che impedisce la crescita colpisce tutti allo stesso modo seppur nelle famiglie con un disagio sociale sia sempre più significativa. L'idea che l'esperienza fosse per tutti quelli che volevano viverla aiutava a non discriminare ulteriormente chi proveniva da nuclei familiari problematici creando luoghi speciali dove intrattenerli.
Pratichiamo allora un pensiero educativo diffuso, capace di costruire luoghi d'incontro dedicati a tutti.
Promuoviamo un fare formativo in grado di accogliere i bisogni dei piccoli dentro ai loro contesti di vita pensando che la rete di rapporti che contiene lo sviluppo identitario sia cruciale sull'evoluzione affettiva e cognitiva di ogni bambino. E la scuola proprio per la sua importanza nella crescita delle nuove generazioni, seppure per noi con ruoli diversi, rimane un luogo dove sperimentare un pensiero innovativo.
In anni ed anni di lavoro, quindi, abbiamo assistito alla bellezza del veder trasformare degli infelici abitanti del mondo scolastico in appassionati portatori di desideri di cambiamento. La passione non ci ha ancora abbandonato e cerchiamo di trasmetterla dicendo: “Insieme possiamo dare testimonianza di un fare scuola diverso”.
Gli insegnati, pur aiutati da noi in corsi di formazione e in incontri pubblici a operare una “rivoluzione del sistema di apprendimento”, continuano però in maniera sempre più incalzante ad affermare: “Questa scuola da me non si può fare”. E elencano una sequenza di ostacoli che rendono impossibile operare quel cambiamento di metodologia che porterebbe la classe ad essere protagonista della costruzione del suo sapere.
Eppure noi, e molti altri assieme a noi, lo stanno facendo attraverso la proposta di un lavoro collettivo che ha saputo abbandonare un imparare solitario e monotono.
La nostra idea è che più menti al lavoro dentro ad un setting, l'aula, creino un clima dove i pensieri possano essere digeriti tanto quanto il maestro li aspetta, li collega e vi dà senso. Questo lavoro, che abbiamo definito -metodologia della ricerca-, parte da singole affermazioni, riflessioni ed elaborazioni degli alunni su un argomento apparso dell'hic et nunc dell'incontro tra maestro e classe e, di passaggio in passaggio, giunge ad un'idea collettiva sempre anticipata dall'affermazione: “Abbiamo capito che...”. Il pensiero soggettivo viene quindi esposto, trova nella scrittura una via di comunicazione lessicale e si sviluppa nel confronto diventando un pensiero collettivo. Così come “Lettera ad una professoressa” trova il suo valore non solo nelle sue elaborazioni, ma come frutto del pensare e scrivere un testo a più mani.
Una volta che si sia ampliata la capacità di pensare nella mente collettiva ognuno può adoperare la sua dimensione psichica individuale appoggiandosi a quel gruppo interno con cui ha condiviso il piacere di apprendere,
Una esasperata idea dell'insegnamento individualizzato ha fatto perdere valore alla ricerca in comune, alla scrittura condivisa, all'essere e fare gruppo come occasione di crescita emotiva.
Dobbiamo cambiare rotta.
I ragazzi di oggi hanno bisogno di imparare a collaborare insieme, a studiare mettendosi in cerchio, a fare squadra per superare gli ostacoli cognitivi ed emotivi.
Non c'è altra strada possibile per farcela ad affrontare la complessità del mondo attuale.
La scuola quindi è chiamata a dare le basi di come apprendere a pensare in gruppo per poter uscire vincenti nella vita affettiva e lavorativa.
E “Lettera ad una professoressa” è un ammirabile esempio di testo collettivo.

La concezione gruppale

La metodologia dell'apprendimento in gruppo e attraverso il gruppo ha salde radici teoriche, comprovate esperienze sul campo, precise tecniche di realizzazione. Ma ha anche un debito con don Milani, così come scriviamo nel testo “In classe con la testa, teoria e pratica dell'apprendere in gruppo” in quelle pagine autobiografiche che riferiscono quali sono stati i nostri maestri.
Troppi insegnanti sono stanchi, demotivati, sfiduciati. E allora la frase: “Nella mia classe non si può fare questa scuola” echeggia come una resa di fronte alle difficoltà.
Ed è su questa affermazione, pavida e stereotipata, che “Lettera ad una professoressa” viene in aiuto poiché sono i ragazzi a chiederci di avere il coraggio di essere diversi. E Berto lo ha fatto scrivendo “Lettera ad un insegnante” quale prologo al libro “A scuola con le emozioni” per sottolineare, in un affettivo e operativo collegamento con don Milani, che sono proprio i nostri allievi, ieri come oggi, che ci chiedono di essere ascoltati ed aiutati a crescere.
Per questo la strategia della “Ricerca” che si fonda sull'urgenza di dare la Parola agli scolari non è una esperienza unica, ma è uno dei metodi che hanno saputo cogliere il bisogno degli alunni di essere ascoltati e di dire la loro. In “Parola di bambino. Imparare a diventare grandi” e in “Parola di bambino. Il mondo visto con i suoi occhi” abbiamo raccolto le affermazioni degli allievi e abbiamo cercato di aiutare il lettore non solo a conoscerli, ma anche ad emozionarsi con i piccoli.
La metodologia della ricerca come prassi per l'inclusione scolastica è divenuta esperienza condivisa e vettore per nuove esperienze scolastiche.
Della lezione di don Milani ci facciamo allora forti quando, dopo aver mostrato come gli alunni imparando a pensare insieme e a produrre testi condivisi, stanno bene a scuola, la frequentano con piacere, sanno che c'è un posto per tutti e perciò abbassano le lor difese. Difese spesso messe in atto con rifiuti, opposizioni, ritiri. Nella nostra scuola non ci sono alunni difficili, impossibili, non adatti. Anzi chi apparentemente o per stereotipi culturali sembra più disadattato è colui che porta un pensiero più originale e quindi più interessante.
Eppure i docenti pur documentati su come operare lavorando gruppalemente affermano, non senza irritarci: “Erano altri tempi e i bambini erano diversi! Adesso non solo ci sono dei programmi che ci vincolano, ma ci sono le famiglie che si oppongono”.
Ed ancora una volta il pensiero di don Milani soccorre poiché non solo ci aiuta a saper sopportare il non essere capiti, il venir emarginati, l'essere svalutati, ma anche mostra a tutti come trasgredire pacificamente e come costruire una comunità partecipe attorno ad un progetto condiviso.
Attingiamo all'idea della trasgressione quando la regola non difende i più deboli. E seminiamo pensieri correlati all'idea che l'obbedienza non sia una virtù.
E se nella scuola i più fragili per età e per mezzi sono i più piccoli è alle loro esigenze che si deve guardare e a niente altro. L'obiettivo di aiutare gli scolari a diventare competenti lettori e scrittori, conoscitori del mondo e arguti matematici è sempre stato raggiunto seppure non si sia mai seguito un percorso lineare di lezioni frontali, bensì si sia privilegiato il gruppo come spazio di ricerca su di sé e sul mondo. Perciò imparare le tecniche non è in contrasto con l'imparare a pensare e a scrivere ciò che si pensa tenendo conto della dinamica del gruppo classe.
I bambini amano apprendere se ciò che imparano ha un senso per loro e se le tecniche sono trasmesse a servizio dell'espressione di questo significato. Quadernoni e quadernoni riempiti di parole e corredati da disegni hanno costruito un sapere che rappresenta il patrimonio personale con cui ogni ragazzo ha poi affrontato i successivi percorsi scolastici potendo contare non solo sulla conoscenza delle materie disciplinari, ma anche, e per noi soprattutto, sul valore di quel che pensava e di conseguenza sulla sicurezza in se stesso.
Questo è stato vero per tutti gli alunni. Nessuno escluso. Nelle classi coordinate con la tecnica della “Ricerca” non ci sono mai stati bravi e non bravi, ma è andato costituendosi un insieme di allievi che poteva contribuire alla conoscenza comune.
Ed è stato il gruppo un “allievo unico” seppure composto da più menti che si mettevano al lavoro.
Oggi possiamo dire che la concezione gruppale fa da spartiacque tra una scuola classista e una scuola democratica. E questa è stata sicuramente una delle lezioni fondamentali di don Milani: rendere democratico l'apprendere offrendo anche a chi non aveva le basi familiari per potervi accedere un “recupero” di competenze.
Ed ecco che l'ostacolo che i docenti ci pongono parlandoci dei loro alunni difficili, intrattabili, iperattivi diventa invece opportunità per offrire loro uno spazio, quello del gruppo classe, per immettere e veder valorizzata la loro vivacità, il loro pensiero divergente, la loro originalità. Se nel gruppo classe c'è un posto per tutti, tutti vi trovano posto e stanno bene nell'insieme. “Nessuno fuori dal gruppo” si potrebbe parafrasare pensando a quel don Milani che voleva che anche i figli meno fortunati socialmente ed economicamente non fossero degli emarginati culturali. E li faceva lavorare, eccome!
Ecco la nostra scuola non è una scuola dove si possa lavorare al ribasso, di routine, con schede preconfezionate! La nostra scuola è impegnativa. Ma questo piace ai bambini e ai ragazzi perché comprendendo il significato del loro applicarsi lo fanno felicemente per ore ed ore come fosse un gioco. Ed apprendere diventa un gioco serio, ma rimane ludico perché dà piacere. Ed è il desiderio che soddisfa quel piacere che erotizza l'apprendere e lo rende irrinunciabile. La scuola allora si fa luogo di passioni. Passioni per la conoscenza, passioni che legano tra loro gli alunni, passioni che mettono in relazione il maestro con la classe. E se questo oggi fa paura perché si apre un sospetto di pedofilia, ed anche don Milani ne ha subito l'ombra inquietante, a noi non importa poiché non temiamo l'erotismo che si sprigiona nel gruppo e sappiamo contenere l'atto sessuale per sublimarlo nel piacere della conoscenza.
Ed ecco che a questo punto appare ancor più evidente il secondo punto di assonanza con il pensiero di don Milani. Questa scuola non la si può fare da soli.
Se la paura dei docenti è depositata sulle critiche delle famiglie saranno proprio i genitori i primi soggetti con cui condividere una scuola diversa che rende felici i figli. Bambini felici di andare a scuola diventano i migliori sponsor della metodologia di lavoro di un docente che si prodiga al fine di rendere l'apprendimento un processo piacevole. Una scuola attiva, che fa discutere di cose importanti per i bambini, che offre un confronto serrato ma ben guidato dall'insegnate diventa una palestra per produrre idee che rendono allegri, liberi, gioiosi i piccoli. E figli che non vogliono rimanere a letto anche se hanno la febbre per poter andare a scuola convincono più di ogni altro discorso i loro genitori che a scuola si fanno cose interessanti. A questo punto l'insegnate può parlare con madri e padri per spiegare la sua metodologia rendendoli partecipi della stessa nello stesso modo che fa con i suoi allievi. Egli quindi tiene delle riunioni che facilitano la discussione in gruppo sui bambini, sui loro bisogni, sul senso di quello che hanno scritto, sul valore di quello che hanno appreso. E quando i genitori non vengono a scuola, un tempo era perché il lavoro dei campi non permetteva loro di staccarsi dalla terra, ed ora è perché la carenza di tempo divora le ore di vita è il maestro che si avvicina alle famiglie. Va là dove loro vivono e parla con i genitori dei figli, delle fatiche e delle possibilità che l'apprender offre alle nuove generazioni.
Un tempo, che era quello in cui facemmo conoscenza con il pensiero di don Milani, per rendere partecipi madri e padri delle opportunità che l'andare a scuola offre anche ai loro figli.
Oggi, memori di quella lezione etica, per mostrare ai genitori che i figli hanno bisogno di loro e del loro tempo per stare insieme, per sentirsi visti, per essere educati.
E la severità del maestro diventa ausilio all'impresa oggi complessa dell'educare ai limiti i bambini. Limiti che sono necessari per poter stare al mondo e accettare la frustrazione senza soccombere. Ed è infatti solo a partire da questa realtà confinata che si può sviluppare la creatività.
La comunità delle famiglie diventa allora tale creando non solo sinergie tra le stesse, ma soprattutto sinergie al fine di far star bene anche i bambini più in difficoltà.
E il portare Fatima al mare, Mustafà in montagna, i fratellini bengalesi a fare merenda e i compiti nella casa di un compagno, diventano aiuto all'integrazione tra culture diverse che, oggi, rappresentano le nuove frontiere della possibile esclusione. Qui don Milani ci manca perché lo immaginiamo con noi a combattere queste nuove battaglie per il diritto allo studio dei figli degli immigrati.
Rileggiamo ancora una volta le pagine sulla giustizia sociale e ci facciamo accompagnare da esse nelle nostre nuove battaglie per i diritti dei minori. La lotta a difesa dei piccoli, caro don Lorenzo, continua. E per fortuna siamo in molti a condividerla e praticarla intellettualmente ed emotivamente.

 

Incontri

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.