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ESTRATTO DA: atti del CONGRESSO NAZIONALE COIRAG - 2017

Mal d'amore Paola Scalari

L'amore è un prestito ipotecario fatto su un futuro incerto e imperscrutabile. (Zygmunt Bauman)
Ti indicherò un filtro amoroso senza veleni, senza erbe, senza formule magiche: se vuoi essere amato, ama. (Seneca)
Amatevi, ma non tramutate l'amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. (Kahlil Gibran)

 

Intrecci familiari

Nell'Associazione Ariele psicoterapia - di cui faccio parte - sosteniamo la ricerca sul gruppo familiare attraverso l'analisi dei vincoli consci ed inconsci che legano tra di loro i suoi componenti.
La teoria del vincolo, così come è stata elaborata dallo psicoanalista argentino Enrique Pichon Riviere, dunque, è il riferimento teorico che ci orienta nell'operatività clinica.


Tra soci che a questo Convegno stiamo proponendo una riflessione sul tema della violenza nelle relazioni familiari e nelle relazioni istituzionali che le contengono, ci siamo a lungo confrontati sugli stili di nascita che irrompono e rompono il legame madre-bambino e sugli stati d'animo che avvelenano e distruggono il rapporto tra la coppia coniugale e i figli.
In un piccolo gruppo, quindi, abbiamo messo a fuoco, seppur da vertici diversi, quello che nella teoria psicosocioanalitica può essere iscrivibile alla disfunzione psichica dovuta a falsi rapporti o a rapporti falsificati. Abbiamo condiviso che è necessario dare visibilità a ciò che infragilisce, destruttura e violenta il vincolo tra genitori e bambini. Osiamo ipotizzare che ogni azione senza pensiero - com'è l'azione violenta - dipenda dal vissuto che ha costituito il rapporto con e tra i familiari. La capacità relazionale ereditata in famiglia, infatti, sta alla base di ogni identità.
In ogni essere umano il gruppo primario, infatti, fonda la capacità di attraversare la vita.
I vincoli, prima nella coppia coniugale e poi tra genitori e figli, creano un campo multipersonale che favorisce o la germinatività del pensiero o un clima dove apatia, assenze, livori, odi, rivalità, accuse, insoddisfazioni determinano la morte della vita psichica.
La malattia mentale è sempre una malattia gruppale o meglio una immaturità che si insedia dentro ai vincoli tra i componenti di un gruppo portandolo a stazionare in uno degli assunti di base bioniani. Il permanere nell'area delle difese impedisce ad ogni gruppo di lavorare verso una sua finalità e apre la strada allo stratificarsi delle stereotipie. E stereotipo, fissità e ripetitività costituiscono la malattia psichica.
Intervenire nella sofferenza della struttura mentale del gruppo familiare che chiama amore ciò che invece è rispecchiamenti narcisistico, anoressia emotiva e realizzazione allucinatoria negativa del desiderio, significa avere una teoria e una metodologia che sa vedere la violenza dentro ai legami. Vanno quindi disvelati quei rapporti che apparentemente possono essere benevoli, affettuosi, altruistici, ma che in realtà negano la dimensione della separatezza dall'Altro da sé e uccidono il legame di fiducia tra le persone.
La cura analitica dei legami che chiamano amore ciò che amore non è poiché tende ad annullare l'esistenza, il desiderio, la vita psichica dell'altro, chiede allora una clinica la cui teoria sappia vedere dentro alle relazioni familiari che sembrano amorevoli e devote e che invece covano invidia e rivalità.
La rabbia, pur ben camuffata, insorge a causa dell'autonomia del partner o del figlio che sono altro da sè.
La rivalità, pur travestita da dedizione, si annida nel sentimento devastante che provoca il sentirsi esclusi. Potremmo dire che quando il complesso Edipico non viene superato non si può amare poiché va consolidandosi il desiderio di esclusività, possesso e colpa che ne connota gli stati emotivi.
Chi non cresce emotivamente allora non sa amare in modo maturo poiché non ha costruito la capacità di apprezzare il "N oi" ed è rimasto fissato in un sempre più impoverito "lo" .
La relazione terapeutica, in quanto relazione che crea un campo bipersonale o multipersonale, allora, può liberare il desiderio di stare con l'Altro. Il prezzo infatti che paga chi non coltiva questa possibilità è molto alto poiché condanna ad un eterno senso di solitudine.
Ogni intervento psicoterapeutico con il gruppo familiare malato è volto a ridare ai soggetti a cui è destinato la possibilità di vivere la bellezza dell'amore maturo. Ogni analista, per far assaporare il vero amore, deve però essere attrezzato a sopportare la violenza che sprigiona il toccare questa area affettiva.
Di questa distruttività sono facili vittime magistrati e assistenti sociali, avvocati ed educatori, periti e psicologi che se non "vedono" oltre il visibile vengono massacrati dai loro assistiti o dai loro utenti. Solo uno sguardo "ecografico" che sappia osservare dentro alla dinamica del rapporto tra coniugi può svelare l'amore malato.
Colui che non si sente capito, valorizzato e accettato all'interno delle relazioni familiari minaccia continuamente anche la relazione terapeutica. Il transfert di un gruppo familiare malato di un amore insano può far cedere anche lo psicoanalista più esperto o in una deviante complicità che lo fa parteggiare per un membro del gruppo o in una angoscia di risucchiamento emotivo che lo fa distanziare emotivamente da tutti.
Il controtransfert mentre si lavora con questi pazienti (individualmente, in coppia o in gruppo) è dunque segnato da squilibri nella giusta distanza.
Lo psicoterapeuta è infatti sedotto e portato ad avvicinarsi troppo al paziente generando successivamente nell'analizzato rabbia e sconvolgimenti per ogni allontanamento, separazione, differenziazione che non lo facciano sentire dentro ad una relazione fusionale. Lo schieramento emotivo dell'analista con uno dei due coniugi, o il suo stare completamente dalla parte di un genitore, sviluppa pertanto una falsa relazione terapeutica.
L'analista deve infatti rimanere equamente distante da tutti i membri del gruppo familiare.
Il clinico allora, proprio perché conteso dalla coppia coniugale, può essere indotto a porre una distanza rigida che gli crei attorno una barriera. Cerca così di garantire la sua sicurezza emotiva. La distanza però può determinare un clima glaciale nello scambio emotivo.
In realtà il transfert e il controtransfert oscillano sempre tra questi due poli evidenziando come chi è portatore del "Mal d'amore" non abbia acquisto la capacità relazionale necessaria sia a stare vicino all'altro senza risucchiarlo sia a non ripudiare il compagno nella vana speranza di sentirsi desiderato. La malattia del legame amoroso satura allora il campo emotivo tra il paziente (individuale, di coppia o di gruppo) e l'analista che lo ha in trattamento. Saranno poi proprio queste vicissitudini emotive che, analizzate, porteranno a riequilibrare il legame coniugale dando avvio alla possibilità della coppia o di amarsi in modo maturo o di lasciarsi senza organizzare folli attacchi guerrafondai.
Per il terapeuta leggere quanto transita nella relazione di coniugale significa farsi carico dell'odio che nasce dentro a chi è ammalato d'amore e vuole far credere che ciò che esprime è bontà non volendo assolutamente comprendere e sapere che invece è malvagità.
La violenza del transfert di un coniuge infelice che non viene assecondato è dunque davvero dura da sopportare e genera la voglia di agire con la stessa distruttività. Spesso un insieme di sensazioni sgradevoli porta a ripudiare, consapevolmente o inconsapevolmente, il paziente.
Affermazioni come: "Non trattabile, non motivato, non si può lavorare su mandato del tribunale, litigano e basta rendendo impossibile il mio lavoro, mi ha minacciato ne ho paura ... " pongono fine alla relazione terapeutica.
Il rischio di interruzioni nella psicoterapia di coppia e con il gruppo familiare, ma anche con ragazzi e adulti portatori di questa malattia, è dunque sempre in agguato. L'incapacità che hanno questi pazienti di proteggere il terapeuta dal loro odio genera una importante distruttività nella relazione analitica. Il legame tra analista e paziente intriso di violenza, se non viene continuamente depurato, ammorba l'aria della stanza d'analisi e sfocia in repentine fughe. Abbandoni del trattamento che sono il più delle volte giustificati nei modi amorevoli e sdolcinati di cui questi pazienti, abili prestigiatori dei sentimenti, sono maestri. Stati narcisistici maligni
È l'esposizione ai vincoli tra genitori che fonda la competenza o meno nel creare dei legami ed è poi questa capacità che fa transitare dentro a tutti i gruppi (la classe, i pari, l'associazionismo, le istituzioni, ecc.) ed infine è proprio questa abilità che aiuta ogni essere umano a trovare il suo posto nella vita familiare e sociale.
Ho dedicato molti studi, esperienze e libri a questo tema. L'ipotesi da cui la mia Ricerca in questo campo parte è che il figlio che è esposto a legami maturi cresce ed evolve mentre il figlio che è esposto a legami immaturi si smarrisce al di là del sintomo che porterà alla luce. E siccome, come dice Luigi (Gino) Pagliarani tutti siamo figli tutti siamo esposti a questa sofferenza. E quando essa rimane cronicizzata nel gruppo interno non permette evoluzioni psichiche.
Per legami maturi intendo la vita di una coppia formata da due individui che si sono definiti dentro ai loro confini identitari e che non si appoggiano all'altro per esistere. Appoggio che molte volte è costituito da un "andare contro" quale unica modalità conosciuta per affermarsi.
Gli ingredienti di questa maturità consistono nella capacità di essere se stessi in mezzo agli altri e sono il risultato di un processo di differenziazione, separazione, defusione, clivaggio, disagglutinamento. Le diverse definizioni, con le loro differenti sfumature, si rifanno a una pluralità di Autori, tutti però impegnati a descrivere come la salute psichica di un bambino va formandosi grazie alla sua possibilità di uscire dalla confusione con la mente della madre. Ed oggi che tutto è molto intriso del codice materno, essendo evaporato il codice paterno, possiamo dire che questo processo che separa tra di loro gli esseri umani risulta sempre più complesso. Manca il terzo separatore sia come funzione mentale paterna sia come chiarezza nel compito familiare. Si confonde infatti la famiglia come luogo idealizzato dove deve circolare solo amore, felicità, realizzazione di sé con invece il più realistico mondo familiare come luogo dove imparare a gestire i conflitti e crescere educandosi e lasciandosi educare.
La mente immatura è allora da molti anni l'oggetto della mia ricerca scientifica sia per curare i pazienti che a me si rivolgono individualmente o in coppia sia per promuovere nei luoghi là dove la gente vive delle azioni di psicoigiene della salute psichica.
Come membri dell'Associazione Ariele psicoterapia infatti cerchiamo di lavorare analiticamente su tutti e quattro i quadranti della finestra psicosocioanalitica. L'operare in differenti ambiti tenendo conto del mondo affettivo è dunque il mio campo specifico di Ricerca sul familiare.
È lo sguardo all'invisibile che attraversa la relazione che rende capaci di lavorare sull'inconscio. Ed è il lavorare sull'inconscio che dà voce e narrabilità a quanto si nasconde dietro al falso amore coniugale e parentale.
Come psicosocioanalisti siamo dunque dei narratori del mondo che si cela dietro agli stereotipi dell'amore.
Lavorare con gli individui, con i gruppi nei contesti lavorativi e nella Polis mi ha portato ad incontrare persone sofferenti a causa della mancata differenziazione dai propri genitori e che perciò sono immerse in due mondi. Uno è quello attuale di persone adulte che hanno una famiglia e un lavoro e l'altro è quello infantile che esprime le parti irrisolte delle loro storie familiari colme di confusioni identitarie e di carenze affettive.
Ma anche il lavorare con i gruppi nel territorio - soprattutto con madri e padri - mi ha permesso di approfondire come la sofferenza dei legami intrapsichici e interpersonali di un genitore transiti dentro a i figli attraverso un asse intergenerazionale che se non diviene conscio continua a disturbare.
Il formare e supervisionare operatori dei servizi scolastici, sociali, gudiziari e sociosanitari, a partire dall'esperienza della consulenza educativa costruita con Francesco Berto e consolidata nel Comune di Venezia alla fine degli anni ottanta, mi ha inoltre permesso di osservare come una disfunzionalità nei legami familiari produca nei pazienti, utenti, assistiti un malessere che può essere fatto evolvere solo attraverso dei Progetti che comprendono diversi dispositivi gruppali. Il gruppo infatti allena la mente relazionale che non è nemmeno nata o si è rotta per via di incontri distruttivi.
Non vi è dubbio che nessuna famiglia, anche se i figli sono sottoposti a tutela per via di abusi o maltrattamenti o gravi trascuratezze, non dichiari che "ama" i propri bambini. Ma che amore è se i minori stanno così tanto male da dover essere difesi da un Tribunale? É un amore malato!
Lo stesso vale per le coppie che si separano e che ingaggiano lotte all'ultimo sangue in nome del bene del figlio, ma che in realtà usano il bambino come proiettile per colpire il coniuge che ha disatteso le loro aspettative. Ancora una volta si chiama amore ciò che è invece possesso e distruzione dell'altro.
Un narcisismo maligno fa confondere l'amore con il "Mal d'amore", ciò con il bisogno infantile di essere amati in maniera esclusiva, totale, assoluta. L'angoscia di essere esclusi avvelena emotivamente queste relazioni dimostrando come il partner che chiede al compagno di essere l'unico oggetto di attenzioni sia un "neonato psichico" che non ha mai saputo elaborare la differenziazione e la separazione dall'utero materno.
Le coppie che non hanno raggiunto la capacità di amare, infatti, non vedono l'altro, ma l'Altro è solo la discarica delle proprie emozioni intollerabili e quindi il bersaglio delle proprie ire.
L'attività di psicoterapeuta mi ha portato allora a raccogliere molto materiale clinico sul mondo interno di chi dice di amare ma in realtà non è capace di stare in relazione con l'altro da sé.
Inoltre ho potuto studiare a lungo come i figli di queste coppie rischino di aver delle menti irregolari. Sono questi infatti dei ragazzi incapaci di ragionare poiché per capire è necessario saper legare delle idee. Chi non ha ricevuto in eredità la capacità di legare tra loro cose diverse non può apprendere nulla né dai libri né dalla vita. Sono questi allora dei figli destinati a portare avanti e a mostrare il sintomo distruttivo che l'amore malato fa nascere nella mente di chi ne sia solo esposto o ne sia direttamente destinatario.
Questa incapacità di vedere l'altro trova la sua massima espressione negli omicidi, suicidi e stragi familiari.
La famiglia infatti uccide più della mafia.
La violenza domestica si manifesta tra atti eclatanti che entrano nella cronaca come il femminicidio, le stragi familiari, i padri che ammazzano i figli, i ragazzi che massacrano le madri, ma anche in forme violente meno visibili che solo uno sguardo clinico rende perciò narrabili. Il mio contributo vuole analizzare la violenza invisibile che scorre nei legami tra coniugi e che trasmette odio alla prole uccidendo molte volte in modo invisibile la possibilità dei figli di crescere armoniosamente.
La visione psico-socio-analitica che fa riferimento agli psicoanalisti argentini Enrique Pichon Riviere, Josè Bleger, Armando Bauleo e alla rielaborazione portata avanti da Luigi Pagliarani permette di osservare la rottura dei legami familiari dall'ambito sociale a quello individuale in un gioco di figura e sfondo che dà senso alla sofferenza soggettiva e collettiva tipica dei nostri tempi.
All'interno dei legami tra coniugi si annida una violenza estrema incistata sull'attribuire al partner ogni colpa della propria infelicità. L'odio serpeggia tra i due coniugi e annulla ogni piacere erotico quale ammortizzatore delle mancanze dell'altro.
Marito e moglie non possono mai sentirsi autenticamente amati se fondano la loro famiglia sulla regola implicita di dissimulare i sentimenti che provano e di falsificare i fatti che vivono.
Il segnale di una relazione coniugale alienata sta quindi nel coltivare come qualcosa di prezioso un mondo saturo di falsità.
Un mondo bugia dunque crea la violenza che staziona m legami insani. Il segreto familiare persistente genera prepotenza al fine di rimanere tale. La mancanza di verità ammorba, confonde, fa ammalare la mente. La crudeltà inammissibile è coperta da falsa accondiscendenza, da teatrale sacrificio, da immaturo colpevolizzare. Il lavoro terapeutico consiste quindi nel mettere in luce i sentimenti nascosti, i fatti negati, gli accadimenti rimossi in nome del presunto amore coniugale.

La violenza della negazione

Due coniugi sono disponibili a stazionare in una dimensione relazionale fasulla quando vogliono scansare un'obiettività sentita pericolosa, soprassedere a desideri edipici ritenuti ignobili e negare bisogni puerili vissuti come colpevoli. Bugia, slealtà, impostura, tradimento ed inganno sono dunque il segno di una psicopatia familiare. La patologia coniugale implica perciò che alla dose di macchinazioni di un partner corrisponda lo sforzo messo in campo dall'altro per credergli, assecondarlo e negare ogni situazione incresciosa. La perversità del vincolo dunque diventa cronica solo quando in maniera speculare entrambi contribuiscono al mantenimento dell'organizzazione familiare fasulla. Più un partner è ripetitivo nel suo ingannare più è profonda la sua necessità di vivere una realtà confusa. Ma anche più il suo compagno lo giustifica e lo appoggia maggiormente è grave la deformazione relazionale che li tiene uniti nel nome del matrimonio.
La severità della malattia del vincolo amoroso è allora quantificabile con l'ostinazione che ciascun coniuge mette nell'alimentare un rapporto artefatto, fasullo e fittizio.
Alle volte, infatti, un partner si accontenta del senso di trionfo o si soddisfa con una giornata di pace. E le bugie che dice sono allora abbastanza lievi. Altre volte invece nella sua mente deve difendersi da scene orribili, agghiaccianti ed allucinanti. E deve perciò ricorrere ad una caparbia falsità che tenga a bada i suoi pensieri paranoici. Mentre l'impostore nasconde con la menzogna il terrore per la gelosia patologica e per l'invidia distruttiva del coniuge, l'ingannato, invece, nasconde con l'impostura la vergogna che prova per i suoi numerosi e persistenti cattivi pensieri. Il bugiardo allora si prefigge con la frottola di evitare gli strali, le critiche e i rimproveri del partner e, qualche volta, arriva a tradirlo realmente proprio per dare un riscontro concreto alle colpe che gli sono perennemente addebitate. Il suo partner intanto non vede, non coglie e non smaschera il coniuge fedifrago proprio perché l'essere subdolamente tradito lo calma in quanto, l'avere finalmente ragione, lo solleva dal sentirsi sbagliato per ciò che pensa. Nel matrimonio la menzogna, raccontata per difendere un po' di autonomia o per nascondere importanti manchevolezze, è però sempre la miccia che accende gli animi. Ma la lotta si svolge, il più delle volte, su un campo diverso da quello dell'infedeltà amorosa. Mogli cornificate possono irritarsi per una piccola mancanza di attenzione verso di loro o, ancor più facilmente, per un venir meno agli impegni contratti dal marito con i figli. Uomini raggirati possono fare scenate di gelosia per le poche attenzioni ricevute a confronto di quelle elargite ai bambini di casa mentre la loro donna coltiva una relazione con il miglior amico di famiglia. Le liti, si sa, possono però degenerare e allora si sfiora il tema centrale. È il truffato quello che si incarica di esprimere il suo risentimento con i suoi irritanti rimproveri contro l'insincerità. Questo è un pesante sentenziare che accende gli animi, nonostante anche chi si dimostra indignato e puro viva, a sua volta, immerso in un mondo fasullo. L'offeso infatti promuove ideali sulla famiglia pur non avendo nessuna relazione affettiva e protettiva nei confronti dei suoi congiunti. Magnifica la bellezza del vivere insieme quando staziona in casa solo per un suo personale tornaconto. Tanta tracotanza viene alimentata dal desiderio di dimorare placidamente nel suo mondo illusorio. Combatte quindi chi attacca le sue chimere con l'inconsistenza delle sue bugie dalle gambe corte.
Si risente per ogni sotterfugio che viene alla luce poiché gli toglie i suoi paraocchi.
Si infuria per qualsiasi storiella spiattellatagli per farlo star tranquillo poiché sapere lo destabilizza.
Si indigna contro chi difende la sua libertà occultando gli fatti, pensieri, azioni.
Si dispera continuamente poiché, se scopre la menzogna viene ferito e, se è protetto dentro al suo mondo illusorio, avverte una sensazione di terrificante isolamento. Anche se conosce da sempre la verità dei fatti, compreso quello che l'amore che riceve non lo soddisfa, pretende di stazionare beatamente nel suo mondo dei sogni. È infatti angosciato soprattutto dall'idea di poter perdere i suoi rifugi mentali.
È dunque il fatto che si incrini la bolla chimerica dentro alla quale si ripara che lo infastidisce e non la scoperta dell' evento increscioso occultato alla sua conoscenza. Per giustificare questo avvenimento trova infatti sempre e comunque un rimedio. È infatti abilissimo nel raccontarsi storie fantasiose per potere giustificare chi l 'ha tratto in inganno. Ma per poter dare una forma a queste fantasticherie è necessario sviluppi una particolare insensibilità, indifferenza ed inerzia di fronte alle carenze della sua vita coniugale. È quindi davvero un artista quando si tratta di essere imperturbabili, di farsi scivolare le cose addosso e di mistificare gli affetti.
Preferisce infatti pensarsi amorevole e amato quando invece è solo risentito e mal sopportato.
Sbandiera il suo essere vittima quando è il carnefice. Sostiene principi e valori di cui in realtà si fa un baffo. Spiega la sua situazione insoddisfacente trovando sempre il colpevole poiché non sa prendersi la responsabilità della sua vita.
In queste famiglie, tenute unite da vincoli menzogneri, l'amorevolezza è dunque pura apparenza.
Ed ogni violento smascheramento di questa verità mette in moto una reazione furiosa.
Da un parte un coniuge accusa, accusa e ancora accusa dell'insincerità, mentre l'altro coniuge si difende, si difende ed ancora si difende a suon di balle. Sarà solo quando quest'ultimo con le sue affermazioni premurose e adulatorie riuscirà a rattoppare la membrana che aveva rotto con la sua storiella ingannatrice che il coniuge inviperito potrà tranquillizzarsi. Per questo a bugia segue bugia in un crescendo che coinvolge i due finché colui che era stato ferito cede e accetta con gioia la falsa verità. Non importa che tutto deponga a favore dell'essere stato ingannato. Anche le prove più schiaccianti sono infatti infantilmente negate dal coniuge che mistifica l'oggettività dei fatti e bambinescamente accettate da chi non vuol sapere, vedere e conoscere come stanno le cose. L'essenziale è che la menzogna funzioni nella mente di chi si sente offeso poiché l'inganno permette di tornare a godere della complicità patologica. Di frottola in frottola perciò entrambi ambiscono a rientrare nella loro usuale dimensione confusionale, disorganizzata e disgregata che li rassicura grazie alla potenza della connivenza patologica. Si ritrovano dunque nella condivisione della falsità e nel supporto reciproco che si danno per sostenerla.

Danni intergenerazionali

I ragazzi che assorbono una qualità relazionale mistificata si abituano a setacciare i loro sentimenti occultando quelli che non ritengono presentabili al mondo. Creano così una divisione interna. In una zona della loro mente nascondono la loro disperazione, rabbia, paura, solitudine, amarezza, incertezza. Nell'altra tengono a portata di mano adattamento, compiacenza, arrendevolezza, socialità, rassegnazione, sicurezza. Agli altri cercano di presentare solo questa seconda facciata o, se non ce la fanno, si mostrano al mondo con una maschera di indifferenza. Ma prima o poi qualcosa fuoriesce dall'armadio metaforico e porta alla luce una moltitudine di oggetti interni distruttivi.
Più un figlio ha dovuto accatastare in uno scrigno segreto sentimenti ritenuti inadeguati a casa, a scuola e nella società più, quando la sua anima esplode, diventa pericoloso sia per se stesso che per gli altri. Il senso di vergogna può infatti portarlo a desiderare di scomparire dalla faccia della terra così come una insopportabile paura di essere una persona disdicevole può indurlo ad eliminare i possibili testimoni della sua bassezza.
Ma il rischio è ancor più quello che per tutta la vita questo figlio vissuto in un regime di doppiezza debba portare il peso del suo falso Sé. Veste allora un'identità ad uso e consumo del mondo esterno, mentre tiene l'immagine inadeguata di sé ben nascosta nel suo mondo interiore. E poiché questa parte disdicevole non entra in relazione con le figure educative essa rimane congelata con il suo carico di minaccia mortifera.
Il piccino infatti, se è immerso fin dalla nascita in un ambiente non vivificante, sente di non esistere e allora SI nasconde, si corazza, si ripara.
Crede di non contare come individuo perché deve prima di tutto accettare le proiezioni materne che s'intrufolano nella sua mente e gli impediscono di pensare con la sua testa. Rimane quindi in balia di uno stato confusionale tra sé e mamma poiché l'affetto materno non gli offre cure adeguate, non gli garantisce cioè appigli dove aggrapparsi per nascere psichicamente ed emozioni capaci di trasformare i suoi sentimenti negativi. Il guaio inoltre si amplifica se accanto a questa mamma intrusiva c'è un padre che ama il piccino con un affetto formale e distratto, mentre il danno viene compensato se papà è un individuo capace di offrire un contenitore psichico maggiormente adeguato. Se invece tutti e due i genitori non conoscono la separatezza e quindi si appiccicano al bimbo le conseguenze per il piccolo diventano davvero gravi. Un figlio che non trova un ambiente familiare capace di graduare il suo bisogno di dipendenza con la sua necessità di autonomia non può sviluppare il piacere di sentirsi una persona completa. Un figlio cresciuto con una madre invadente e un padre altrettanto intrusivo, uniti da un vincolo coniugale fasullo, è inevitabile che assorba la frode relazionale e che si comporti di conseguenza. E non tanto dicendo piccole ed innocue bugie che lo aiutano a trovare la sua indipendenza, bensì falsificando la gamma dei suoi sentimenti. Ma questa falsificazione lo lascia con un'inquietante vissuto di ansia che si trasforma in un senso di inutilità e di paura nell'affrontare il mondo esterno.
A questi timori potrà fare fronte solo con legami fasulli così come ha visto fare da mamma e papà. È quindi condannato fin dalla nascita a non sentirsi mai completamente in armonia con se stesso e con gli altri e, proprio per questo, è irrequieto, incontenibile, iperattivo, deconcentrato, distratto, irraggiungibile. Durante l'adolescenza, età di rinascita, si trova a scegliere tra il senso di devozione verso la sua famiglia e il senso di lealtà verso se stesso. Certamente uscire dall'appartenenza familiare caotica e insincera gli è difficile, ma ancor più lo è condannarsi ad una vita vissuta a metà. Ne risentono l'amore, la sessualità, la vita sociale. Se il ragazzo non compie questa rottura, pur dolorosa, travagliata e sofferta, è condannato a restare confuso nelle nebbie familiari. La futura famiglia di questo giovane è quindi inevitabilmente già segnata da dolori e dispiaceri poiché chi vive a metà non sa né vivere bene né far vivere gli altri a loro agio. E i legami malati passeranno alla discendenza finché qualcuno non avrà il coraggio di reagire a questo finto mondo familiare. La ricerca della verità però costa dolori e tribolazioni poiché implica cambiamenti e trasformazioni. Uscire dal sistema familiare malato non è infatti un passaggio lineare, è invece un transito identitario segnato da rotture, smarrimenti e momenti di stallo. Lasciare la malattia significa infatti rinunciare a una parte di se stessi che, per quanto squilibrata, appartiene alla propria storia personale. E poiché il gruppo familiare deve garantirsi la messa in salvo da qualsiasi sentimento di perdita l'adolescente affronta inevitabilmente una lotta titanica quando deve optare per una scelta di salute lasciando definitivamente un contesto familiare folle. Qualche volta vince la sua parte evolutiva poiché permanere nella confusione significa rinunciare a un se stesso autentico, libero, indipendente. Qualche altra volta è il suo divenire genitore che lo porta a reagire proprio per aiutare i figli. Sa infatti meglio di tutti quanto lui stesso abbia patito nel trovarsi esposto alle relazioni bizzarre e contraddittorie dei suoi familiari. Ma se questo non accade la malattia dei legami perdura e regge, almeno in parte, al passaggio di almeno tre generazioni. Se infatti una famiglia riesce a scapolarla, un figlio di quella successiva è destinato, quasi sicuramente, a portarla a galla poiché la follia transitata silenziosamente e segretamente da una generazione all'altra, prima o poi, emerge. Il perdurare quindi in uno stato psichico immaturo in un figlio o addirittura il comparire di un sintomo psicotico sono dunque il risultato di una dinamica gruppale che permette il deposito della comune follia su un soggetto disposto a farsene carico. Non ci sono allora bambini, ragazzi, uomini e donne sregolati e irragionevoli, ma c'è invece un disagio mentale individuale che esprime la malattia del vincolo che ha tenuto unita, di generazione in generazione, la struttura familiare ingannatrice.

La violenza dell'illusione

Il gruppo familiare narcisista rimane unito per preservare un mondo illusorio abitato da chimere, da mascheramenti e da negazioni. Tra i suoi grandi miraggi spicca la netta convinzione di poter conservare all'interno della coppia dei segreti ritenuti inconfessabili. I due coniugi allora si sposano poiché entrambi sono perfettamente sintonizzati attorno all'idea di tenere a bada, camuffare e sotterrare dei fatti che non vogliono ammettere. Nemmeno a se stessi.
A volte gli accadimenti che un coniuge teme vengano a galla sono davvero importanti. Come nascondere un incesto se l'altro non soprasiede ai motivi di tante apprensioni, ansie, angosce sessuali che atterriscono il partner durante l'amplesso? Come celare d'aver subito un abuso sessuale se il partner non evita di dar peso alla frigidità, all'impotenza e ai disordini sessuali che spengono ogni ardore? Come rimuovere il ricordo della violenza di un lontano aborto se un marito non fa finta di nulla di fronte all'angoscia provata dalla moglie al solo pensiero di una gravidanza? Come negare l'importanza di un atto delinquenziale, di un tradimento che ha portato a generare figli illegittimi, di un consumo smodato di droghe, se il coniuge non è in grado di tacere ciò che sa, vede e sente?
A volte invece sono delle situazioni di poco conto quelle che i due partner ritengono necessario occultare. Avvenimenti, pur banali, sono infatti ritenuti rilevanti proprio perché hanno la funzione di permettere al nucleo familiare di cementarsi attorno al segreto. Magari si riferiscono al raggiro con cui si è conquistato l'amato, alla chiara sensazione di averlo portato all'altare senza amarlo, all'importanza che ha avuto l'approvazione familiare rispetto alla scelta di convolare ad indesiderate nozze. Sono queste quindi delle situazioni maggiormente riferite alla storia della coppia e, proprio per questo, pur non così illecite come le prime, sono percepite come realtà innominabili.
A volte inoltre non sono degli eventi, ma sono dei pensieri ad assumere la valenza di azioni indicibili. E non è proprio detto, nemmeno in questi frangenti, che siano idee gravi poiché possono essere delle fantasie molto comuni. La loro rilevanza è dovuta al fatto che i due coniugi si sostengono reciprocamente nel nasconderle. Il più delle volte riguardano immaginari erotici proibiti e perversi, pensieri malevoli e velenosi nei confronti del coniuge e della sua famiglia d'origine, desideri volti a pianificare come tormentare con sottili piani vendicativi il partner e le sue amicizie. Sono dunque immaginari connotati da comportamenti indecenti seppure, essendo solamente delle fantasticherie, non recano direttamente dei danni a nessuno. Ma il bambino interno, che è il vero regista di tutte queste scene balorde, è pienamente consapevole della sua insana bramosia.
Quando una coppia condivide la necessità di preservare lo spazio del segreto all'interno della sua relazione rende i fatti e le idee che vuole nascondere così potenti da avvelenare tutto il contesto familiare.
Le situazioni incresciose vengono infatti isolate. Spariscono poi dietro ad uno spesso sipario interiore che deve tenerle ben nascoste. Da lì però possono sempre cercare di tornare in scena. Pertanto è necessario che tutto il nucleo familiare venga ingaggiato in questa azione di segregazione poiché, solo se tutti si prestano a recitare la loro parte sul palcoscenico della vita, i fatti nascosti non trovano pertugi per USCIre.
Genitori e figli allora si alleano affinché nella famiglia non circolino affetti e sentimenti poiché essi potrebbero portare a galla i fatti indicibili.
Si giurano di ripetere sempre lo stesso copione nella vita affinché non vi sia alcuna possibilità di variazione sul tema che lasci trapelare i fatti nascosti.
Il silenzio è la prima regola da rispettare poiché solo l'assenza di parole che raccontino e raccolgano gli stati d'animo dei diversi componenti della famiglia garantisce l'omertà.
Il mutismo affettivo diviene via via freddezza relazionale che inevitabilmente rende insensato lo stare insieme in casa. Nel siderale non senso dei legami familiari il tempo della vita o l'esistenza stessa possono essere buttati via senza tanti rimpianti.
Il patto che unisce i componenti della famiglia è dunque non ascoltare l'altro e non dialogare con lui e il fraintendimento quindi domina tutte le comunicazioni. L'ordine perentorio, seppur mai pronunciato, è di chiacchierare a vanvera l'uno sopra all'altro, di creare brusii sonori continui e di lanciare urla e grida che sovrastino ogni discorso.
L'affermare i propri punti di vista usando infine le mani - e quindi con la violenza fisica - non è purtroppo raro.
La parola e il gesto divengono mezzo violento per occultare anziché strumento per svelare.
I figli collaborano molto attivamente a rendere perpetua questa situazione grazie alle tante preoccupazioni che riescono a procurare ai loro genitori. Infatti diventano tiranni, sono intrattabili, assumono comportamenti provocanti, bloccano i loro studi, non trovano un buon lavoro ...
Sono dei figli che preoccupano.
È grazie al continuo trambusto creato dai ragazzi che allora  ogni coniuge copre i fatti e i vissuti su cui vuole porre una pietra sopra.
Non c'è infatti il tempo per ascoltare i propri pensieri, analizzare le proprie scelte, rivisitare la propria storia familiare passata ed attuale.
L'angustiarsi per un figlio intrattabile, insoddisfacente ed inadeguato diviene, giorno dopo giorno, il miglior alibi per non pensare.
E i piccoli, seppur faticosamente ed affannosamente, si assumono il gravoso compito di dare preoccupazioni in modo da alleggerire dei loro pesanti fardelli mamma e papà. È attraverso questa copertura fornita dalla prole che uno sposo riesce a vivere con chi non ama e da cui non riceve amore.
Genitori, coniugi infelici, crescono un figlio triste e intrattabile per garantirsi la latitanza dal loro mondo segreto.
La necessità di occultare i vissuti clandestini è quindi la violenza che lasciano in eredità alla nuova generazione.

Bibliografia
Bauleo A. (1979) Ideologia gruppo e famiglia, Feltrinelli, Milano
Berto F. - Scalari P. (2008) Contatto - la consulenza educativa ai genitori, la meridiana editore Molfetta
Berto F. - Scalari P. (2009) Padri che amano troppo - adolescenti prigionieri di attrazioni fatali, la meridiana editore, Molfetta
Berto F. - Scalari P. (2011) Mal d'amore - relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative, la meridiana editore, Molfetta
Berto F. - Scalari P. (2013) Il codice psicosocioeducativo - prendersi cura della crescita emotiva, la meridiana editore, Molfetta
Berto F. - Scalari P. (2016) Fili spezzati - aiutare genitori in crisi, separati e divorziati, la meridiana editore, Molfetta Bion W. R. (1971) Esperienze nei gruppi, Armando, Roma Bleger J. (2011) Psicoigiene e psicologia istituzionale, la meridiana editore, Molfetta
Pagliarani L. (1985) Sì l'amore è politico, edizioni Guerini e Associati, Milano
Pichon Riviere E. (1987) Il processo gruppale Laurentana editore, Loreto

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.