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Articoli

Rompere catene intergenerazionali

Come intervenire in mondi familiari fragili

 

logo-animazionesociale

 

In Italia -più che altrove- la disuguaglianza è trasmessa per via intergenerazionale. Questa catena che lega in modo problematico genitori e figli si può interrompere investendo in politiche educative a sostegno dei nuclei più fragili.

Le esperienze pomeridiane alle quali è dedicata l'inchiestanelle quali i ragazzi sono aiutati in gruppo a crescere e le loro famiglie ad acquisire fiducia e competenze - sono un dispositivo cruciale in questa direzione. L'articolo intende argomentare perché il codice educativo sia il cuore di ogni intervento di tutela e sostegno dei minori e delle loro famiglie.

Fare psicoterapia è il mio lavoro principale. È quindi l'attività professionale che, con continuità, porto avanti da metà degli anni '70. Tuttavia, ascoltando i pazienti nel lettino, ho sempre pensato che fosse importante aiutare i bambini a crescere, maturare ed evolvere.

Intervento pubblicato nel Libro

Affido-Cover

 

Vincoli e svincoli.

Gruppi in supervisione

di Paola Scalari

 

FINALITÀ

Operare nell'ambito dell'affido e della solidarietà familiare significa tenere a mente più contesti e questo comporta avere una conoscenza della dinamica intergruppale e intragruppale. Proprio per questo ogni professionista che si occupa delle famiglie affidatarie avverte l'utilità di poter sviluppare la conoscenza delle vicissitudini emotive che attraversano sia il processo collettivo sia le strutture vincolari che collegano più gruppi. La supervisione-formazione è quindi fondamentale che avvenga in un gruppo coordinato da un esperto che sappia integrare il sapere sull'affido familiare, quale espressione di una genitorialità sociale, con il sapere sulle dinamiche dei gruppi, quale conoscenza dei meccanismi interpersonali.

una ricerca gruppale sull’affido familiare

 

Gru


Il punto di partenza

Nel Servizio Politiche Cittadine per l’Infanzia e l’Adolescenza della città di Venezia - nel febbraio 2007 - si dà avvio al gruppo di ricerca sull’affido familiare di minori provenienti o da genitori  trascuranti o da genitori stranieri non espatriati. Il mandato che mi viene assegnato è quello di far emergere i contenuti di pensiero messi in moto dalla realizzazione di due progetti. Uno, finanziato dalla Regione, per l’affido familiare. L’altro, finanziato invece dal Ministero, per l’accoglienza presso famiglie di connazionali dei minori stranieri che arrivano in città senza genitori. Si pensa di poter osservare quanto affiora durante la realizzazione dei programmi di lavoro messi in atto non solo per promuovere delle innovative azioni, ma anche per far nascere delle inedite idee sulla solidarietà interculturale, sullo sviluppo delle prassi che rendono efficace un affido familiare e sugli stili educativi che lo sostengono. Con la ricerca sull’affido si vogliono allora integrare tutte le azioni messe in campo attraverso i due nuovi progetti e si spera anche di garantire l’approfondimento del fenomeno dell’accoglienza di un bambino o di un ragazzo nella casa di una famiglia a lui estranea.

"Ma ti piace davvero studiare?"

Mattia annuì.

"E perché?"

"E' l'unica cosa che so fare" disse lui piano. Avrebbe voluto dirle che studiare gli piaceva perché puoi farlo da solo, perché tutte le cose che studi sono già morte, fredde e masticate. Avrebbe voluto dirle che le pagine dei libri di scuola hanno tutte la stessa temperatura..." (Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi, Mondatori, 2008 pag.91)

 

Compiti impossibili

Il piccolo Tommi ha iniziato da pochi giorni la scuola elementare. Prova quindi il primo grembiule bianco, si issa il primo zainetto pesante, vive il primo appello in classe, incontra il primo compagno di banco e gli viene assegnato il primo esercizio da eseguire a casa.

Il gruppo in formazione


Confrontarsi con gli educatori è sempre arricchente perché obbliga il formatore a decentrarsi e a guardare il mondo da punti di vista diversi. Qualche volta si incontrano degli operatori dallo sguardo rassegnato e qualche altra volta ingenuamente entusiasta; alle volte si intercetta un pensiero rigido e altre volte rigoroso; sempre però si smuove un indagare attento e curioso.
Ogni educatore racconta di sé mentre narra delle sue esperienze al lavoro poiché ciascuno, discutendo della sua relazione con i ragazzi, rievoca anche se stesso. La parte affascinante e gratificante del lavoro di formazione consiste allora nel conoscere tanti esseri umani con i loro dubbi e le loro domande, le loro convinzioni e le loro opinioni.

L'adolescente alla ricerca di «cibo per la mente»

 

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Il formarsi del desiderio dentro le nuove generazioni si trova nel dialogo quotidiano intorno al significato delle esperienze che si vivono. Come ricerca dentro le cose, mai fuori dalle cose.

Più che in una passione improvvisa, il desiderio prende forma nel rileggere e dare significato alle scelte personali, alle trappole e gli inganni, ma anche e soprattutto agli slanci generosi e alle scoperte creative. Man mano che, per dirla con Paulo Freire, si prende coscienza di sé dentro una presa di coscienza del mondo. Come pensare il dialogo tra adulti e giovani come quotidiano dialogo su «questa» vita?

 

"Non possiamo crearci da soli: noi riceviamo la lingua, il nome e l'origine. Il piacere di pensare insieme lega senza effetti distruttivi o colpevolizzanti invidia e gratitudine, esperienza dell'illusione e messa alla prova della realtà ... mobilita il desiderio di risolvere con l'altro gli enigmi principali che ci rendono simile a lui."

Renè Kaes, La parola e il legame.

 

 

Gli adolescenti vengono facilmente descritti dagli adulti - e soprattutto dai media - con aggettivi che ne sottolineano più i lati negativi che quelli positivi. Li si indica come bulli capaci di angherie, delinquenti colpevoli di efferati delitti, tossicodipendenti da mix di sostanze, apatici fannulloni, bamboccioni protetti dalla famiglia, parassiti sociali, ecc. Ragazzi distrutti e distruttivi che non sopportano lo spazio tra il desiderio e l'azione. Giovani diseducati che, incapaci di collocarsi tra passato, presente e futuro, sanno godere solamente dell'attimo fuggente. Adolescenti alle prese con un mondo dove si è confusa la felicità con l'appagamento delle istanze istintuali. Studenti che non hanno acquisito una cultura in grado di promuovere l'esercizio del simbolico che sa addomesticare la forza pulsionale.

Incontri

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.