Parola di bambino. Imparare a diventare grandi.
Recensione di Domenico Canciani
«Parola di bambino» è ricco di piccoli testi di bambini di scuola elementare organizzati attorno a dieci unità tematiche che accompagnano la’ maturazione dei ragazzi nei cinque anni di scuola primaria: la fiaba e la paura, il cambiamento e la bugia, la mamma e il papà, il mangiare e la libertà, essere maschi – essere femmine ed essere soli.
Quei racconti sono spesso originati da un avvenimento che tocca il gruppo classe e che Francesco Berto (il maestro) propone all’attenzione di tutti, sottolinea, accenta. È così che comincia la «ricerca»: da un rumore di fondo, da un sentire confuso l’educatore, attraverso il proprio ripensamento, l’auto-osservazione, inizia un percorso di indagine con i bambini.
La ricerca indaga gli stati d’animo, i vissuti quotidiani, le storie di vita di ciascuno dei bambini con lo scopo di farli esprimere, di concedere loro la parola su quegli argomenti di cui pochi vogliono sapere, di smuovere il silenzio, il non detto, l’ammiccamento, il far finta di sapere: è l’ovvio quotidiano, la zona d’ombra in cui si annidano pregiudizi, stereotipi, false coscienze, e già riuscire a vederlo sarebbe da considerare un risultato positivo per una scuola troppo spesso ridotta a ritualità vuota.
Ma c’è di più: quei testi non sono stati lasciati morire; come cosa viva sono stati amati e letti, ripensati a fondo, in essi è stata cercata la traccia di un vissuto più vero e nascosto, essi sono stati visti come un ponte comunicativo tra ragazzi e con l’educatore.
Una volta permessa l’espressione dei sentimenti, è stato necessario aiutare i ragazzi a familiarizzarsi con il loro mondo interno, a dare significato al dolore, al piacere, all’ansia che si provano. E una rielaborazione che avviene in classe, che è il gruppo stesso a portare avanti con il maestro attraverso disegni, dialoghi, testi, letture, conversazioni, sintesi collettive. Il quadernone della ricerca alla fine è fitto fitto di scrittura, è la testimonianza di un percorso vero di conoscenza, di crescita individuale, di maturazione del gruppo.
Tutto facile dunque, basta una profonda sensibilità, una disposizione all’ascolto dei piccoli?
La soluzione che ci prospettano gli autori è un’altra: è nell’incontro di professionalità diverse che può nascere un modo nuovo di far scuola, una scuola in cui si possa stare bene abbastanza da poter crescere.
Dietro il lavoro educativo del maestro con il gruppo classe c’è un intenso lavorio del maestro con la psicologa (Paola Scalari): è nel loro incontro, nella complementarietà dei loro saperi che si cerca di trovare i bandoli della matassa: quali stimoli riproporre in classe, quali significati attribuire ai fatti, quali interpretazioni sui prodotti, quali vie rimangono aperte, come portare a termine l’avventura di ricerca.
Il sottotitolo «imparare a diventare grandi» risulta più chiaro via via che ci si addentra nella lettura:
è faticoso per i bambini rinunciare alle sicurezze, al tepore del nido, alla presenza tranquillizzante di figure conosciute; è altresì bello ma doloroso crescere, imparare, confrontarsi, assumere responsabilità e doveri. Per riuscire nell’impresa occorre imparare a sopportare attimi di frustrazione sempre più lunghi, dilazionare il piacere della conquista: e la relazione positiva stabilita con i compagni e con il maestro è la chiave che ti permette di attraversare i momenti difficili.
Ma «imparare a diventare grandi» vale ugualmente per gli adulti coinvolti: anche il maestro e la psicologa crescono nella loro capacità di osservazione, imparano a sopportare le inevitabili frustrazioni che il lavoro con i bambini comporta, scambiano professionalità e umanità.
E nel fondo, un po’ dietro le quinte anche i genitori potrebbero trovare nella ricerca l’occasione di conoscere i loro figli da altri punti di vista, di incontrarli in un terreno diverso dall’usuale (scoprirli nuovamente), di riaprire dialoghi interrotti o difficili.
È una scuola che non c’è; è una preziosa esperienza sulla qualità della scuola dopo molti dibattiti sul prolungamento del tempo educativo, sulla quantità degli insegnanti, sulla lunghezza dei programmi.
Il nocciolo, ci suggeriscono gli autori, è ancora e sempre lì, nella relazione maestro-allievo, con la sua dissimmetria, con la sua dipendenza, col suo continuo ribilanciarsi reciproco dei termini: è lì la chiave di una scuola formativa, che promuove crescita, che aiuta a liberare energie bloccate.
Ma non ci sono scorciatoie, non ci sono ricette facili, c’è bisogno di un lungo e sotterraneo lavoro per promuovere i bambini anziché se stese si e la propria ambizione, per riuscire ad essere autentici.