Nell’impostazione tradizionale, vi è un individuo o un gruppo
che insegna e un altro che impara. Tale dissociazione deve
essere eliminata, benché questo crei per forza di cose una certa
ansia provocata dal cambiamento e dall’abbandono di un
comportamento stereotipatoJosé Bleger
Pensare ai legami, così come José Bleger ha insegnato, significa attraversare i processi di costruzione dei vincoli personali, professionali e istituzionali.
Investire nelle relazioni è ancora possibile? Siamo in tempo per fermare la deriva violenta che distrugge i rapporti umani? Come coltivare umanità, solidarietà, rispetto, relazionalità?
José Bleger può essere un importante punto di riferimento per guardare con “sguardo ecografico” a come si possa costruire una vita in cui i rapporti siano significativi. Osserviamo quindi analiticamente gli eventi della realtà esterna, riflettendo su come segnino la realtà interiore di ogni individuo, gruppo e istituzione. La lente viene così posizionata in modo da rendere esplicito ciò che è implicito.
Bleger afferma che nasciamo come gruppo e poi ci differenziamo imparando a stare in relazione gli uni con gli altri. Eppure, oggi, passare da aggregato a gruppo risulta sempre più complesso, poiché i conflitti non servono per evolvere, ma sono pretesto per distruggere, annientare, eliminare chi ci disturba. Essi si trasformano quindi velocemente in atteggiamenti violenti. La cronaca ce li propone, giorno dopo giorno. La nostra quotidianità ne avverte la minaccia. Viviamo nella paura. E i contesti umani collettivi si disintegrano. Le famiglie si disperdono, le classi rimangono un roviglio di individualità, i team si formano e si disfano in continuazione. Il sentirsi parte di un gruppo risulta difficile da praticare e da proteggere. Nella vita relazionale appaiono disfunzioni che ci agghiacciano. Gli atti autolesionistici e di aggressività si presentano in un crescendo annichilente. Abbiamo bisogno di ritrovare il senso di appartenenza al genere umano. E il gruppo, nella concezione operativa approfondita da Bleger, ci fornisce strumenti per intervenire clinicamente nei processi di costruzione del legame con l’altro. Ma non solo. Questo autore ci inoltra infatti in una lettura di come si vada creando il rapporto con se stessi a partire dall’ipotesi di uno stato di indifferenziazione primitiva – posizione glischrocarica –, che precede la posizione schizoparanoide e depressiva teorizzate da Melania Klein.
Nella costruzione identitaria, sono però soprattutto la teoria e la tecnica del gruppo operativo che accompagnano a comprendere l’importanza di costruire il senso di appartenenza al contesto familiare, scolastico, sociale, produttivo e comunitario. Il senso di appartenenza a un contesto umano è, infatti, l’antidoto a ogni solitudine, smarrimento e isolamento. Sono dunque le rotture dei rapporti, le mancanze nelle relazioni, lo sfibrarsi dei vincoli che ci fanno ammalare. Là dove possiamo vivere i nostri legami con il prossimo, invece, possiamo sentire di esistere perché apparteniamo a una comunità dialogante, a un gruppo che ha una sua finalità, a un contesto sicuro. Possiamo, di conseguenza, costruirci un’identità non individuale, solitaria, isolata.
Bleger, nel testo Psicoigiene e psicologia istituzionale trasmette un pensiero essenziale per muoversi in questo mondo sfibrato, liquido e stanco, sia nella clinica individuale che in quella gruppale, applicata a una pluralità di ambiti.
La concezione operativa proposta da Enrique Pichon-Rivière, e approfondita da Bleger, ci aiuta dunque a intervenire con una salda teoria e una buona tecnica in diversi contesti. Nell’attuale scenario sociale, viviamo una realtà nella quale il valore del rispetto umano è stato sostituito con la rincorsa alla prestazione competitiva. È sotto gli occhi di tutti come questo presupposto narcisistico diventi negativo facendo ammalare. Cresce l’uso degli psicofarmaci. Si moltiplicano i casi di adolescenti ritirati. Aumenta la distruttività verso se stessi e verso gli altri. Preoccupa un diffondersi della malattia psichica che genera odio. Diviene quindi ancor più urgente agire sul piano della psicoigiene, della prevenzione, del prendersi cura dell’umano, dell’intercettazione precoce del disagio.
Per poterlo fare, abbiamo bisogno di muoverci clinicamente con strumenti precisi che sappiano curare questa deriva e Bleger è lo psicoanalista che, con maggior incisività, li ha introdotti nel lavoro relazionale che genera apprendimento e cura. Nell’ultima edizione di Psicoigiene e psicologia istituzionale, uscita nel 2011, ho scritto l’introduzione alla seconda edizione italiana del testo, dal titolo “Il mio debito verso José Bleger”. È il mio tributo a questo psicoanalista argentino che ho incontrato clandestinamente all’inizio della mia formazione attraverso fotocopie, dispense e testi in lingua spagnola. Sono state queste alcune delle letture che hanno fondato la mia idea di psicoanalisi. Una psicoanalisi sociale. Questa lettura dell’inconscio mi ha appassionata, convinta e affascinata. È stato dunque nella mia “adolescenza professionale” che l’incontro con Bleger mi ha segnata e formata, poiché lui ha risposto al mio desiderio che la psicoanalisi uscisse dalle enclave borghesi e divenisse un pensiero offerto a chiunque. Bleger allora è divenuto, all’inizio del mio percorso formativo – ed è poi per sempre rimasto –, un punto di riferimento del mio operare psicoanalitico in ambito terapeutico e preventivo. Incontrarlo mentre apprendevo il mestiere di psicoterapeuta ha segnato dunque la mia passione per il lavoro, sia nella stanza d’analisi che nel mondo educativo e sociale.
L’ho incontrato in quel tempo della vita in cui la scoperta di Maestri ti forma. E Bleger mi è stato mentore.
L’ho studiato in quell’epoca che segna una svolta nella tua ricerca di strutturazione come professionista. E Bleger ha ispirato il mio lavoro clinico con gli individui, nelle istituzioni e nella comunità. L’ho sperimentato nel periodo in cui la scoperta dell’altro mostra un orizzonte di sensi possibili, di potenzialità, di investimenti, di teorie e di tecniche che possono aiutarti a costruire un’identità umana e professionale. E Bleger lo incontrai in quegli anni giovanili dove ero assetata di conoscenza.
Questo psicoanalista argentino diventò quindi fonte di una formazione continua, attraverso la lettura dei suoi libri tradotti in lingua italiana alla fine degli anni Ottanta.
L’invito, oggi, è allora quello di tornare a studiare i Maestri, cioè quegli psicoanalisti che hanno costruito un pensiero su cui possiamo appoggiare con sicurezza il nostro sapere clinico. Non dobbiamo reinventare tutto ogni volta; possiamo riconoscere i nostri padri teorici, agganciandoci alle elaborazioni metodologiche che hanno educato il nostro pensiero. Non a caso adopero la parola educazione, poiché essa è alla base della formazione identitaria professionale e segna la direzione etica di ciascun professionista del prendersi cura. Ma non è scelta a caso anche perché Bleger agli insegnanti, ai processi di apprendimento e alla costruzione del sapere ha dedicato pagine che si sono incise nella mia mente. All’idea di scuola che insegna e alla formazione che fa evolvere ho dedicato molto impegno e, assieme a Francesco Berto, ho avuto modo di applicare i principi blegeriani ai processi di insegnamento e di apprendimento. Di questo far lavorare la classe come un gruppo operativo, ci è stato dato riscontro positivo da Armando Bauleo, amico e collega fraterno di Bleger, e da Luigi Pagliarani che, attraverso un percorso simile a quello di Bleger, ha fondato la psicosocioanalisi italiana. Imparare facendo imparare, dunque, è divenuto per me un modo di essere per trasmettere il sapere.
Dice Bleger nel suo saggio Gruppi operativi nell’insegnamento:
Nell’impostazione tradizionale, vi è un individuo o un gruppo che insegna e un altro che impara. Tale dissociazione deve essere eliminata, benché questo crei per forza di cose una certa ansia provocata dal cambiamento e dall’abbandono di un comportamento stereotipato.
Avere autori che indicano la strada da percorrere è dunque fondamentale per non smarrirsi nella via che conduce verso lo svelamento dell’inconscio. E sono Maestri coloro che lasciano la sicurezza e la tranquillità del conosciuto per avventurarsi verso l’ignoto. Thomas Ogden oggi direbbe che inventano la psicoanalisi con ogni paziente. I veri Maestri, dunque, combattono lo strumento sociale che, per eccellenza, può trasmettere alienazione, facendo riferimento a un insegnare disumanizzato o disumanizzante, a un imparare ripetendo anziché creando.
Questo obiettivo di insegnare ai più giovani come leggere la malattia psichica e come contrastarla richiede un impegno nella polis, nella comunità, nella società, nel territorio e, come dice Bleger, non riguarda esclusivamente l’aprire studi professionali. Questa concezione clinica mi ha vista e mi vede promotrice da decenni di percorsi formativi nella concezione operativa, arricchita dal pensiero della psicoanalisi post-bioniana. Inoltre, ho promosso e vorrei continuare a promuovere una psicoigiene per tutti, una vera democrazia dell’essere al servizio dell’altro. Nella città di Venezia negli anni Ottanta ho potuto ideare, avviare e dirigere un Servizio di prevenzione al disagio minorile che, realizzato attraverso molteplici dispositivi gruppali coordinati con la tecnica operativa, ha affondato le sue radici teoriche e tecniche nella psicoigiene blegeriana. Da allora ho fatto molte esperienze di applicazione sul campo del pensiero di Bleger e cerco tuttora di leggere gli emergenti sociali e di trasformarli in momenti di dialogo con la polis, per usare il mio sapere psicologico, come direbbe Bleger, al fine di “dare un apporto per salvaguardare e migliorare la vita degli esseri umani”.
Bleger ci sprona a farlo, uscendo dagli studi professionali, andando verso la gente. Afferma: “Guai se aspettate che si ammalino per occuparvi di loro”. È importante, quindi, andare verso le persone, verso i cittadini. È utile uscire da una psicoanalisi individuale per far dialogare, in un assetto di gruppo analitico, gli individui là dove amano e operano. Andare a incontrare l’altro là dove vive nella sua quotidianità mi ha ispirata nell’ideare servizi innovativi e progettualità preventive. E al loro interno ho sempre cercato di mantenere viva l’azione e la ricerca. È stato questo atteggiamento che ha dato vita al mio essere un clinico che fa politica, nel senso più autentico di questa parola, divenendo anche una convinta trasmettitrice dei punti nodali incontrati in questo applicare ad ogni intervento un’indagine sull’oggetto in quel momento al centro della mia ricerca. Per andare in questa direzione ho utilizzato la scrittura, perché la parola messa sulla carta fissa e apre a nuovi incontri.
A Bleger devo quindi molto. Mi ha ispirato, accompagnato, sorretto mentre andavo fondando in me lo schema concettuale di riferimento con cui avrei poi operato nel territorio, nella comunità e con i pazienti. Bleger mi ha trasmesso un modo di guardare i contesti, un cannocchiale per avvicinare le situazioni, un binocolo capace di osservare il latente, una lente con cui poter leggere situazioni anche molto complesse che attraversavano la polis, le istituzioni, gli individui e i gruppi. Gli devo uno sguardo capace di decifrare, approfondire e interpretare, pur provvisoriamente, le situazioni che incontro nei servizi, nelle istituzioni, nella comunità e nella polis. Vista l’importanza che egli dà al setting, potrei dire che Bleger è la cornice entro cui mi muovo e cerco di far agire i professionisti che incontro nei percorsi di formazione e supervisione. Nel processo che si snoda, dobbiamo quindi tenere conto che, per trovare il significato latente delle esperienze, non possiamo avere fretta. Non ci sono infatti soluzioni magiche, risposte sicure, chiarificazioni immediate. Bisogna fare i conti con l’incertezza, con le ipotesi, con la ricerca continua. Quando si pratica un pensiero che si fonda sul saper indagare, non volendo procedere attraverso il consumo veloce delle idee e la superficialità delle attribuzioni di significato, ma ci si trova a dover fare i conti con l’elemento che maggiormente ci è stata rubato in questo momento storico: il tempo. Il tempo per pensare, per confrontarci, per indagare, per analizzare. Dobbiamo darci invece la possibilità di recuperare il senso del tempo, sia esso il tempo cronologico, il crònos, sia esso il kairòs, il tempo degli eventi, il tempo della narrazione, il tempo del racconto, il tempo del dialogo, il tempo dell’ascolto, il tempo della parola.
Fondiamo allora il nostro pensiero sulla possibilità di ridare parola all’altro, accettando di porci anche in un atteggiamento di ascolto, cioè di recepimento, di contenimento, di assorbimento, di quello che l’altro vive, prova e sente per farlo abitare dentro di noi. Questo accogliere l’altro fa alla fine cambiare anche noi stessi. Attraverso la raccolta degli emergenti e dei punti d’urgenza che fungono da indizi, si può procedere all’approfondimento di ciò che stiamo cercando: la Verità in senso bioniano.
Pertanto, la cura dei legami sconfigge il vuoto inquietante del nulla, di quel nulla dove né noi stessi né gli altri esistono. Oggi tuttavia è davvero difficile tenere aperta la relazione, facendo i conti con il fatto che l’altro, nel suo stesso esistere, ci pone un limite.
Un limite dell’inconoscibile, poiché nessuno è del tutto svelabile, un limite del segreto interiore, poiché mai tutto è manifestabile, un limite dato dall’impossibilità di occupare il posto altrui, poiché noi non siamo l’altro.
Sembra semplice, ma in realtà nella società narcisistica, dove io esisto e l’altro deve essere in funzione mia, è chiaro che diventa molto difficile ritrovare il senso dell’alterità, che non è l’uso perverso dell’altro, ma è, al contrario, il rispetto del prossimo. Dobbiamo tracciare la linea di confine che ci mette in contatto e ci separa dall’Altro. Questa barriera permette di custodire il mondo interno e, con esso, gli “oggetti” che lo abitano, che ci appartengono e che ci definiscono. Questo limite corporeo è però anche l’organo che ci mette in contatto gli uni con gli altri, permettendoci di comunicare non solo verbalmente, ma anche fisicamente. Anche la parola psicoanalitica rischia di venir negata, disconosciuta, abbandonata, in quanto richiede tempo per toccare la profondità dell’animo umano e costruire nessi narrativi inediti.
E si fa così avanti il blaterare a vuoto. È questo un chiacchiericcio inutile, dove tutti parlano per riempire lo spazio e per impedire la relazione. La parola, anziché via di comunicazione, diviene allora bastione difensivo, svuotamento di sé agito, diniego condiviso. E se cade il valore della parola, cede l’umano.
L’isolamento relazionale lo possiamo riscontrare a partire dal microcosmo familiare, mondo a cui io mi dedico in quanto l’ho scelto come area di maggiore interesse. Come dice Bleger, la famiglia occupa un posto chiave, sia come istituzione sociale che come gruppo. Quindi la mia ricerca si è indirizzata a comprendere come questa istituzione basilare nella società, questo luogo della crescita della persona, questo gruppo che, attraverso i suoi vincoli, trasmette il valore dell’alterità, oggi comunichi al suo interno. Come la famiglia riesca a uscire dalla melassa, dalla fusione, dalla simbiosi, dal gruppo indiscriminato e sincretico, direbbe Bleger. O ancora, come si esca dal gruppo agglutinato, dentro al quale non vi è alcun indice di individuazione. Questo nucleo primario è oggi attraversato da una specifica crisi che lo vede non solo frammentarsi, ma anche guerreggiare in una battaglia che espone alla follia a due. La rottura del confine entro cui la vita familiare si svolge, infatti, come Bleger ci insegna, fa disperdere attorno a sé le parti psicotiche che prima erano contenute nel setting. Sono rotture che sembrerebbero portare non solo alla chiusura del patto coniugale, che ci pare una cosa non così rilevante, dato che il tempo di previsione della vita e la vita stessa si sono così tanto allungati, ma soprattutto a una negazione del patto parentale, cioè alla possibilità di dedicarsi insieme alla cura dei figli.
Il pensiero ritorna al ’68, all’epoca in cui si è voluto rompere con una tradizione storica nella quale, da molti decenni, si vedeva la famiglia come una struttura formata da madre, padre e figli che avevano ruoli fissi e separati, differenziati e gerarchici. Portare la mente a quell’epoca significa osservare la rottura operata dal femminismo, che ha tentato di rivendicare un ruolo paritario con il maschile. È stato questo un processo innescato dal portare in sala parto i padri, facendoli assistere alla nascita del cucciolo. I nuovi papà hanno pertanto avuto un fortissimo imprinting emotivo, sviluppando quel sentimento primordiale che consiste nella protezione dell’indifeso neonato. È da lì chiaramente che si è andata trasformando la figura maschile. Non solo si è strutturato un padre sempre più materno e affettivo, ma il maschio è andato sviluppando un ruolo maggiormente indifferenziato dalla femmina. Di questa indifferenziazione paghiamo alcune conseguenze, perchè non riusciamo più ad apprezzare la diversità. Dovremo invece interpretare il dono delle differenze attraverso la valorizzazione della libertà di esprimere affettivamente, emotivamente e sessualmente la nostra essenza.
Il tema centrale, oggi, è dunque costruire un’idea di diversità, defusione, differenziazione, senza voler omologare nessuno. Questo concetto apre a crisi ideologiche che talvolta sono blandite da rassicuranti ritorni nostalgici al passato. Ma la restaurazione è solo inquietante. Spaventosa. Preoccupante. Basata su falsi valori. Le crisi vanno affrontate, anche quando ci portano a momenti di confusione, destabilizzazione, ansia, desiderio di tornare indietro e paura di non approdare a una nuova sponda. Le crisi permettono, al nucleo familiare, alla società, alla comunità, alle istituzioni, alla collettività, di maturare nuove competenze. Questi cambiamenti ci fanno spesso soffrire. Nessuno invece vuole sopportare il dolore psichico che comporta ogni scoperta. La nascita di ogni idea nuova deve essere contenuta, concepita, accudita e poi rimessa al mondo. Questo processo implica un travaglio da cui però deriva poi il piacere di aver partorito qualcosa di inedito. Questo lavorio interiore sembra, invece, essere qualcosa che si vorrebbe evitare, quasi si potesse pensare che l’umanità potesse crescere senza essere attraversata dalla fatica e dal dolore che accompagnano qualsiasi processo di mutazione, trasformazione e abbandono dei pregiudizi.
In fondo, Bleger ci insegnava che il conflitto è sano, non è insano: anzi, è vitale. Il conflitto è vita là dove è possibilità di far nascere nella differenza nuove idee.
Chi lavora con i gruppi, che sono l’humus delle relazioni, sente la fatica che si fa oggi nel trovare un senso di appartenenza, un compito comune, una possibilità di condividere con passione una ri-cerca.
Allora fondiamo un gruppo come opportunità in risposta a nuovi bisogni, ma poi, nell’incontro, viviamo quelle parti regressive, sofferenti, irrisolte e puerili che ci impediscono la stessa cosa per cui ci siamo convocati.
Il gruppo è uno strumento potente sia per realizzare la finalità per la quale è stato costituito, sia per attaccare quell’obiettivo. L’inconscio emerge, si fa strada e blocca il processo se non c’è un coordinatore capace di mettere in parole ciò che sta accadendo.
Perciò, il gruppo non è mettere insieme delle persone. Un gruppo diviene tale se il coordinatore contiene la dinamica che in esso si sviluppa. Il gruppo rischia di sfracellarsi se il coordinatore non interpreta, sostiene e chiarisce il rapporto tra compito manifesto e compito latente. Purtroppo, riscontriamo spesso che i gruppi viaggiano in solitaria, senza un coordinatore. Questa mancanza genera l’impossibilità di creare uno schema di riferimento comune nei tavoli di lavoro, nelle micro équipe, nei team di progetto. I gruppi lasciati a se stessi diventano un po’ delle Ferrari senza autista.
È possibile guidare un bolide senza patente? Ritengo di no. Nessuno di noi guiderebbe una Ferrari se non fosse un provetto guidatore e nemmeno si farebbe portare da chicchessia se chi è alla guida non avesse competenze, conoscenze e abilità. Allora, il gruppo è una Formula 1 che però bisogna saper condurre, coordinare e mantenere in pista mentre percorre la sua strada, di insight in insight.
È chiaro che il coordinatore deve avere uno sguardo capace di vedere la direzione che sta prendendo il gruppo e di accompagnarlo verso il compito per il quale è stato istituito. Coordinare, secondo la concezione operativa, non è mai condurre. Non siamo condottieri! Il coordinatore non è mai un leader. Nel pensiero del gruppo operativo non tiriamo nessuno da nessuna parte. Non stiamo davanti, ma coordiniamo i gruppi analiticamente. Ci collochiamo quindi dietro al gruppo affinché possa realizzare la sua tarea, cioè il compito per cui è nato l’incontro. Il coordinatore, allora, lotta contro le fissità, gli stereotipi, i bastioni difensivi. Legge le resistenze. Suggerisce interpretando.
Interpretare vuol dire solo dare senso. Che noi ci troviamo nella comunità, che leggiamo i movimenti della polis, che ci incontriamo con l’individuo e la sua storia personale e gruppale, che siamo formatori, educatori, clinici, ciò che ci unisce è l’incontrare i gruppi umani per trovare, assieme a loro, il senso di ciò che si sta vivendo nell’hic et nunc. È l’osservazione del transfert e l’analisi del controtransfert che ci aiutano a capire da quali elementi sia intriso il campo condiviso ed è l’interpretazione narrativa che apre alla trasformazione dei vissuti che colorano questo campo bipersonale o multipersonale. La concezione operativa, infatti, riguarda il lavoro con il paziente inteso al singolare e con il paziente inteso come contesto unico, abitato da una pluralità di membri.
Si tratta di capire cosa si sta muovendo dal gruppo verso il coordinatore, ma anche di imparare, attraverso l’attenta lettura del controtransfert, cosa le identificazioni proiettive che legano tutti i soggetti seduti nel cerchio generino nel mondo interno del coordinatore.
In un gruppo, quindi, non c’è chi ha più potere o meno potere, il gruppo è democratico. Non c’è chi sa e chi non sa, il gruppo è sempre per tutti un’emozionante scoperta. C’è invece chi ha una funzione e chi un’altra. Il coordinatore non è mai un membro del gruppo. Egli sta in una posizione mentale capace di mantenere rigorosamente un setting analitico, sia che stia lavorando con un compito terapeutico, sia che stia lavorando per l’apprendimento. La psicoigiene quindi non è mai meno analitica della psicoterapia e non richiede psicologi con minori competenze. Anzi. Poiché il setting talvolta è meno definito, richiede allo psicologo clinico la capacità di portare con sé un “setting portatile” che mantenga la cornice entro cui sta lavorando. Per mantenere questo assetto, Bleger è un punto di riferimento imprescindibile.
Dentro a questa cornice, le parole pronunciate sono sempre parole trasformative.
Una comunicazione piena di significato prende il posto del “bla bla bla” che svuota di senso i legami. È questo il compito che l’eredità di Bleger impone. Una parola che narra di sé e dell’altro per mantenere il piacere della scoperta. Un dire soppesato che avvia, sostiene e porta a compimento i processi di cambiamento.
Il concetto blegeriano di apprendimento, allora, mi guida mentre insegno, nelle supervisioni, nelle formazioni e nella stanza d’analisi. E, se apprendere significa cambiare, cambiare è sempre rivoluzionario.
Bibliografia
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