Venimmo estromessi dai nostri studi, scacciati dalle aule e allontanati dalle scrivanie degli uffici. Ci trovammo a curare, studiare e lavorare dentro alle nostre case. Ci obbligarono a stare confinati tra le pareti domestiche, più o meno affollate. Fummo privati della possibilità di stare insieme a chi volevamo.
Ai primi di marzo del 2020 un decreto governativo costrinse i professionisti della relazione a stravolgere le loro abitudini. Bisognava provare ad arginare una pandemia.
Guardammo alla storia per comprendere le devastazioni dovute ai virus, chiedemmo lumi alle scienze, reagimmo psicologicamente con le nostre risorse emotive. Ci sentivamo smarriti. Il trauma fu davvero violento. Per tutti. Le reazioni tra gli operatori relazionali1 furono però diverse a partire dallo schema traumatico introiettato da ognuno in quel tempo lontano in cui, privi della possibilità di pensare, avevano ricevuto sufficienti o inadeguate cura nell’ambiente materno. Il dramma pandemico fece emergere la struttura traumatica, magari riparata da un lavoro su se stessi, ma pur spesso presente in molti soggetti che si occupano dell’altro.
Gli psicoterapeuti che risanano le frammentazioni psichiche, gli educatori e i docenti che si occupano della maturazione cognitiva ed emotiva e gli operatori sociali che cercano di aggiustare le fratture imposte dalle vicende della vita, non smisero tuttavia di lavorare poiché l’emergenza sanitaria era anche emergenza sociale.
La pandemia interrompeva, destabilizzava, impediva i ritmi della vita lavorativa conosciuta lasciando senza uno schema di riferimento chi aveva consolidate abitudini di incontro in presenza.
Tuttavia molti psicoterapeuti, psicologi, docenti, educatori e assistenti sociali si posizionarono in prima linea accettando il repentino cambiamento e la conseguente sfida a continuare ad occuparsi di chi ne aveva bisogno.
Conoscevano il rapporto in presenza, dovevano imparare a costruire la relazione a distanza.