A cura di Laura d’Orsi, giornalista.
E’ un argomento tabù, di quelli che ci sconvolgono ogni volta che la cronaca ne parla. L’uccisione di un bambino per mano materna ci appare come una mostruosità, un atto contro natura, e allo stesso tempo agita i nostri fantasmi interiori. L’ultimo caso, quello della mamma 36enne di Bergamo che ha accoltellato la sua bambina di 18 mesi, e poi si è tolta la vita. Era depressa, hanno detto i familiari, ma altre volte sembra che questi episodi capitino all’improvviso e che niente lasci presagire la tragedia.
Dottoressa Scalari, davvero si può parlare di un raptus imprevedibile?
No, eventi così gravi sono sempre preceduti da segnali di forte disagio. Se una mamma arriva ad uccidere il suo bambino e poi a togliersi la vita, certamente soffriva di una forte depressione. Il raptus non esiste. Sintomi di fatica, insofferenza, tristezza vengono a volte sottovalutati, sminuiti. Non si vuole arrivare a pensare che possa accedere qualcosa di brutto. E invece, purtroppo, può succedere.
Cosa porta una madre, che dà la vita, a sottrarla al proprio figlio e poi a suicidarsi?
L’idea, ovviamente malata, di metterlo in salvo da un mondo doloroso e senza senso. “Me ne vado e porto con me la persona a cui voglio più bene, la sottraggo a un destino di sofferenza”. E’ chiaro che questo pensiero non può che scaturire da un disagio molto profondo e che risale a molto tempo prima.
La cronaca ci riporta anche casi di madri che compiono il figlicidio senza poi suicidarsi. In questo caso la molla interiore è diversa?
Sì, anche se c’è una componente in comune: l’idea di mettere in salvo qualcosa. Ma questa volta si tratta della propria immagine materna, sfregiata da un figlio che non corrisponde alle proprie aspettative. Un bambino che disturba, che piange, che sembra meno intelligente degli altri, non conferma l’idea di madre “buona”, anzi rimanda quella di una madre “cattiva”, inappropriata. Questo scatena la rabbia e l’aggressività, che può sfociare nel maltrattamento fisico fino all’uccisione vera e propria.
La sindrome del bambino shakerato rientra in questo quadro?
Sì e purtroppo è un problema in aumento. Scrollare violentemente il piccolo fino a procurargli gravi lesioni, è un modo disturbato per dirgli “guardami, ascoltami, accorgiti di me!”. Naturalmente più il piccolo viene scosso, più piange, in una escalation di tensione che può avere esiti drammatici. Ciò di cui ha bisogno il bambino per calmarsi è ovviamente sentirsi protetto, contenuto, accolto nella mente e fra le braccia ferme e amorevoli dei genitori.
In che modo si possono prevenire questi episodi?
Vigilando, tutti, sulle donne che hanno partorito. Dagli operatori sanitari, ai familiari, agli amici. ognuno è coinvolto, nessuno escluso. La depressione post partum deve essere diagnosticata per tempo perché guarire si può. E le mamme, da parte loro, non devono vergognarsi di dire: “non ce la faccio più”. Una soluzione si trova sempre. Chiedere aiuto non è una sconfitta, è un modo per volere bene a se stesse e al proprio piccolo.