A cura di Laura d’Orsi, giornalista.
Un padre che uccide suo figlio conficcandogli un coltello nel petto. Una figlia che spara al padre riducendolo in fin di vita. Non passa giorno senza che le cronache riportino episodi di violenza esplosi in famiglia, dove chi ha dato e chi ha ricevuto la vita si contrappongono e accomunano il loro destino anche nella morte. Poco importa chi aggredisce chi. L’interrogativo vero è: perché succede tutto questo?
Dottoressa Scalari qual è il significato di questa violenza all’interno della famiglia?
Innegabilmente c’è un segnale di malessere molto forte, amplificato da mass media, ma comunque preoccupante. Stiamo assistendo a una crescente difficoltà a tollerare l’altro e a gestire la rabbia. La soluzione diventa così cancellare chi non si riesce a sopportare.
La rabbia è un sentimento normale quando non ci si sente compresi. Cosa la trasforma in un gesto omicida?
La rabbia è l’altra faccia dell’amore. Quanto più ci si aspetta comprensione, solidarietà, vicinanza da un genitore o da un figlio, tanto più si prova rabbia e amarezza quando si viene delusi. Ma un conto è riuscire a gestire queste emozioni, verbalizzarle, sviscerarle fino a smontarle, un altro è agirle. Quando si passa ai fatti, si perde la capacità di controllare i propri impulsi. Dire: “ti ammazzerei” corrisponde a un pensiero simbolico, ed è lecito. Non lo è metterlo in pratica.
Perché si oltrepassa il confine?
Perché oggi le famiglie sono sempre più isolate. Manca quel contesto allargato che permette il confronto, lo sfogo, la dialettica, il ragionamento. Non ci sono le “parole per dirlo”, quel linguaggio, anche rabbioso e aggressivo, che consente ai sentimenti forti di placarsi, alla violenza di essere assorbita. Se si salta questo passaggio, il rischio di arrivare all’azione cresce.
Qual è l’antidoto a tutto questo?
La cultura. Bisogna tornare a investire su questo aspetto. E’ necessario che ci sia la possibilità di allenare i pensieri, di trovare soluzioni creative all’esasperazione, percorsi diversi dalla violenza. E questo è possibile solo se si abbandona la legge della giungla a favore del ragionamento, della narrazione. Se si recupera il senso delle cose, il valore della vita che solo la cultura può dare, i pensieri più aggressivi si allontanano. Il problema non è solo delle singole famiglie, è sociale. Quando c’è un arretramento culturale, quando ci si allontana dalla possibilità di nutrire la propria mente, si lascia spazio a tutto ciò che è brutale e impulsivo.