Recensione di Carla Weber, psicosocioanalista, direttrice studio Akoé (TN) membro fondatore Fondazione Luigi (Gino) Pagliarani, pubblicata sul n. 19 di
Nella collana Premesse ... per il cambiamento sociale, Paola Scalari, psicologa e psicoterapeuta impegnata con coerenza e tenacia da anni a favore dell'educazione, nella famiglia e nella scuola, costruisce una proposta in forma di dialogo sulla potenza delle emozioni nelle relazioni di crescita e sviluppo dei bambini e degli adulti. Raccoglie in questo libro i contributi di altri tredici testimoni esperti, intorno alla propria riflessione di apertura riguardante i disagi e malesseri che si vivono nella scuola. Chiama al dialogo persone che le sono vicine nella vita e nella professione immaginando un testo che possa divenire spunto per altri dialoghi in altri contesti. Le scritture quindi sono diverse ma la curatrice ne fa una composizione corale: ci sono le voci dell'insegnante, dell'educatore, del consulente familiare, del formatore, dell'operatore psicopedagogico, dello psicologo sociale, dello psicosocioanalista e dello psicoterapeuta, nonché del sottosegretario all'Istruzione. Emerge una trama che lega le diverse riflessioni nella necessità di considerare la crisi della scuola a partire dai legami tra i soggetti che la vivono e il contesto sociale attuale in cui le relazioni educative si esprimono.
Allo stesso tempo il libro propone un'ipotesi evolutiva delle tensioni e dei conflitti, basata sull'attivazione di risorse affettive ed emotive di segno diverso. Mentre le analisi globali deprimono e scoraggiano rispetto al futuro, sommando in un unico indistinto sentimento di fallimento della scuola pubblica, esse contengono anche in potenza gli elementi stessi di una possibile evoluzione che possono far sperare. Il libro sembra dirci che solo nel dialogo riflessivo e circostanziato dei casi osservati sta quella conoscenza delle problematiche che può portare all'incontro delle molteplici forze progettuali. Si potrebbe delineare così una rete tra insegnanti, genitori, operatori dei servizi, in grado di mobilitare e dare speranza nella crisi e la scuola potrebbe divenire laboratorio sociale in grado di contenere attorno ad un progetto la ricchezza delle emozioni altrimenti esposte a moti confusivi e altamente ansiogeni.
In crisi sembra essere la possibilità di perseguire "il compito primario" che ha istituito la scuola per il venir meno di una effettiva responsabilità sociale verso le nuove generazioni. "La lettera a un insegnate" di Francesco Berto, con cui il libro si apre invita ad assumere quella necessaria posizione depressiva per includersi nelle relazioni difficili e problematiche e da quella posizione poterle modificare, mettendosi dentro un processo integrato e collettivo. La scuola a pieno titolo può essere il più ricco e creativo laboratorio di cambiamento sociale e gli autori lanciano domande di riflessione ai colleghi e ai lettori per mettere in dialogo le tre condizioni assunte a guida dei loro contributi e che costituisco le tre parti del libro: "Il diritto di apprendere", "Il gruppo classe come spazio di ricerca", "Educare, educarsi, essere educati".
In prima istanza si cerca di dare parola all'apprendimento, rimettendo al centro proprio il processo che dà valore e giustifica l'esistenza stessa delle istituzioni che se ne occupano. Famiglia, scuola e altre istanze educative e di supporto all'educazione possono farsi guidare nel definire obiettivi e metodi d'azione proprio dal conoscere meglio la natura del processo d'apprendimento. Potremmo così imparare tutti a farci guidare dalle esigenze dell'apprendimento, attivandoci e coinvolgendoci in un processo unico che include insegnante e allievo in modo circolare e ricorsivo. La lezione di Luigi Pagliarani risuona in questo libro nel richiamo a quella alternanza relazionale tra il "generare e l'allevare" propria della relazione d'apprendimento in cui l'asimmetria si esprime nella responsabilità di ruolo di chi insegna e si inverte nella reciprocità della scoperta generata dalla relazione educativa. La dimensione affettiva non può dunque essere disgiunta dall'attività cognitiva, ma la sostiene e la rende possibile. Questo fatto rende cruciale l'attenzione alle emozioni generate dall'apprendimento e viceversa a quelle emozioni necessarie all'apprendere, a procedere nell'incertezza, nell'ignoto, nel confuso in attesa di afferrare un senso e di riconoscere un significato da condividere con la parola e l'azione.
Il diritto del bambino alla scuola fa i conti con una ricerca di senso che esplode in S.O.S. lanciati verso la politica e la società civile e nel moltiplicarsi di iniziative educative altre, che da un
lato cercano di proporre alternative innovative e dall'altro risultano essere, secondo l'analisi sviluppata in questo libro, poco sintonizzate negli obiettivi, competitive e a volte reciprocamente svalutanti rispetto alle professionalità coinvolte. Il tema della ricerca di una unità da parte delle diverse proposte educative sostiene la proposta di una maggiore integrazione dei linguaggi utilizzati e del riconoscimento delle specificità degli ambiti educativi presidiati da ciascuna istituzione. Il libro cerca di chiamare gli adulti al confronto e alla significazione del proprio agire attraverso la parola, il condividere le proprie narrazioni, in un momento di grande fatica, debolezza e stress. A fronte dell'insolubilità di tanti problemi, dello scarso riconoscimento sociale del proprio investire in professionalità, dei rimpalli continui delle responsabilità la scuola tende a divenire un contenitore di emozioni implosive che hanno bisogno di essere trattate collettivamente, in gruppi di lavoro affinché possano essere liberate e riacquistare forza propulsiva.
L'indicazione data è quella di ripartire dagli adulti e dalla loro capacità di apprendere dai bambini cosa significhi per loro apprendere, andare a scuola, fare ricerca, stare in relazione con il gruppo classe e cosa essi si aspettino dall'insegnante. Una vera e propria educazione sentimentale può portare l'adulto a sintonizzarsi sulla domanda di apprendimento del bambino, che è una domanda di conoscenza che non riguarda oggetti separati ma la complessità delle relazioni che connettono oggetti, soggetti, contesti di significazione in cui essi stessi sono immersi. Le pagine di Francesco Berto accompagnano nell'incontro con il mondo affettivo del bambino e lo fanno utilizzando le espressioni stesse dei bambini, servendosi dell'approccio narrativo che ha contraddistinto altri scritti di questo autore, che sa coinvolgere in prima persona nel confronto diretto con la parola del bambino. Attraverso l'espressione del bambino avvertiamo quanta distanza c'è tra il bambino dei media esaltato e vezzeggiato e il bambino reale inascoltato e non visto rispetto ai bisogni affettivi che ha. Il metodo proposto di lavorare in classe con i bambini in modo da portarli a dare un nome alle emozioni, a condividerle e a migliorare la capacità di contenerle e affrontarle, in questo libro viene esteso anche dagli adulti. Emozioni sature di disagio e di frustrazione che ingorgano le relazioni interpersonali nei contesti educativi possono, secondo questa prospettiva, trovare nel linguaggio, nel portare alla parola, una via di espressione e una elaborazione condivisa.
I contributi degli autori della terza parte del libro, esplorano ampiamente la rilevanza di un'azione che sia contemporaneamente riflessiva, attiva e passiva affinché il processo educativo possa essere vissuto in pienezza e con passione. Gruppi di adulti che lavorano nella scuola e nei servizi che la supportano, possono gestire quelle ansie e quelle paure socialmente diffuse che a loro volta interpretano, soltanto se le elevano al linguaggio. Per lavorare insieme, cooperare in forme diverse ad un compito comune, quello dell'educazione dei bambini, è necessario aumentare la conoscenza di quello che accade, riconoscere la posizione che si assume in quella descrizione contestuale e maturare la capacità e possibilità di scegliere.
Dalla lettura dei diversi saggi sembra che questa sia una strada avviata da tempo ma di esito incerto, come lo è sempre il cooperare rispetto al contrapporre, al muoversi in antagonismo. L'educazione, inoltre, ha a che fare con un impegno da rinnovare continuamente e da riprendere ogni volta, non solo perché l'apprendimento è cambiamento. Nella scuola si ha a che fare con un continuo avvicendamento delle persone. Si sa i bambini crescono e se ne vanno e così i genitori, anche gli incarichi professionali non sono stabili e quello che è stato possibile per un gruppo può faticare a ricomporsi con un altro. La proposta degli autori si concentra quindi sul proporre un approccio che formi a un modo unificante di pensare l'apprendimento, da condividere nel tempo tra le diverse figure che se ne occupano e che possa dare significato agli sforzi comuni, contrastare la solitudine dei soggetti e opporsi al depotenziamento delle competenze. Il lettore potrà trovare in questa parte del libro esperienze, punti di osservazione, proposte di strumenti interattivi per avventurarsi in tale contesto. Si passa dal considerare la complessità di emozioni profonde nella relazione educativa, quali l'affidamento e il distacco, alla complessità di emozioni che si scambiano nell'organizzazione. Vincoli e risorse possono tendersi in una relazione dialettica se vengono rispettati i tre vertici della relazione di lavoro Io-altri-compito. Un altro contributo sviluppa la
possibilità di dare spazio espressivo all'invisibile e al silenzio con il gioco, la narrazione di storie, la composizione e scomposizione di gruppi strategici. Viene segnalata, inoltre, la rilevanza del ricomporre anziché separare. La presenza di casi critici e problematici può trovare una proficua inclusione se si agisce sul contesto e si cerca di allargare la dinamica delle relazioni interessate. Un altro saggio considera la presenza degli stranieri e, seguendo la proposta del dare parola dall'apprendimento, si vede come esista la possibilità di cambiare di segno la questione e farla divenire risorsa per tanti incontri inediti e, forse, dare il via ad esperienze nuove di convivenza. Infine ci si sofferma sul sostegno da dare agli insegnanti per una professione ad alto investimento affettivo che può logorare e ha bisogno dei servizi a fronte di situazioni difficili da gestire, servizi che possono svolgere una rilevante funzione di mediazione tra scuola e famiglia, oltre a cercare le vie per migliorare il metodo di lavoro tra i servizi stessi e la scuola. In chiusura, Paola Scalari invita alla continua ricerca e al presidio del metodo nella progettualità scolastica che lei stessa descrive nelle sue fasi servendosi della propria esperienza.
Carla Weber
La recensione appare nella Rubrica Recensioni della rivista "Educazione sentimentale" n.19, I semestre, anno 2013
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