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Intervento pubblicato nel Libro

Affido-Cover

 

Vincoli e svincoli.

Gruppi in supervisione

di Paola Scalari

 

FINALITÀ

Operare nell'ambito dell'affido e della solidarietà familiare significa tenere a mente più contesti e questo comporta avere una conoscenza della dinamica intergruppale e intragruppale. Proprio per questo ogni professionista che si occupa delle famiglie affidatarie avverte l'utilità di poter sviluppare la conoscenza delle vicissitudini emotive che attraversano sia il processo collettivo sia le strutture vincolari che collegano più gruppi. La supervisione-formazione è quindi fondamentale che avvenga in un gruppo coordinato da un esperto che sappia integrare il sapere sull'affido familiare, quale espressione di una genitorialità sociale, con il sapere sulle dinamiche dei gruppi, quale conoscenza dei meccanismi interpersonali.

Il supervisore viene pertanto chiamato, a partire dalla sua esperienza, a dar voce a quello che succede dentro all'intreccio dei vincoli affettivi che uniscono e disuniscono una pluralità di individui, collegandoli e scollegandoli in continuazione. La supervisione di un gruppo, unito dal compito di tutelare il diritto dei bambini a vivere in una famiglia, è allora il setting che va privilegiato in un percorso formativo che abbia come suo oggetto l'affido familiare.

Il processo d'apprendimento si svolge con l'équipe dedicata all'individuazione delle potenziali famiglie affidatarie e alla cura dei legami durante la fase operativa. In alcune esperienze il servizio per l'affido e la solidarietà familiare viene, provvisoriamente e temporaneamente, aperto al gruppo degli operatori della tutela minori e agli altri soggetti coinvolti nel caso sociale. Si può comunque decidere se è opportuno che il supervisore sia lo stesso o se è preferibile che due colleghi vadano ad occuparsi dei diversi setting.

In ogni caso il professionista studia con l'équipe del Centro per l'affido e la solidarietà familiare a quali soggetti aprire la circonferenza che li racchiude. Il motivo di ogni intersezione va analizzato con cura per essere pronti a richiudere il cerchio quando venga meno il motivo per lavorare con un gruppo allargato. Si apre l'équipe per capire il deposito emotivo che blocca, interferisce o interrompe un affido. Si chiude un gruppo di lavoro per segnalare il senso del tempo che scorre. Questa elaborazione, dentro a più cerchi che si aprono e si chiudono, rispecchia le vicende che connotano un affido familiare e, proprio per questo, rappresenta un aspetto molto interessante del lavoro formativo. Durante la supervisione, infatti, tutti gli operatori esprimono la paura, la rabbia, la difficoltà di far parte contemporaneamente di più gruppi che hanno il medesimo oggetto di lavoro. Il vissuto degli assistenti sociali, degli educatori e degli psicologi segnala perciò la rappresentazione su cui porre uno sguardo analitico per fare in modo che i professionisti che operano nel campo dell'affido comprendano cosa significhi entrare e uscire da contesti che hanno il medesimo obiettivo. Questa flessibilità è infatti la peculiare abilità che si chiede al minore che affronta un' esperienza di affido in modo da fargli vivere positivamente più appartenenze.

Ogni figlio, che abita parzialmente o completamente fuori casa, infatti, deve saper crescere contemporaneamente in due gruppi familiari. Il bambino che viene allevato da un'altra famiglia è necessario che impari a comportarsi in maniera diversa in ciascun ambiente domestico, ad avere attese distinte rispetto alle sue figure di riferimento, a seguire indicazioni educative differenti nelle sue due case. È però altresì cruciale che possa imparare a sentirsi se stesso in ognuno di questi contesti.

Ogni individuo è infatti chiamato a sentire la continuità nella discontinuità dei gruppi umani nei quali vive.

Quando si facilita il passaggio di un figlio dalla sua famiglia natale a quella composta da genitori sociali si avvia quindi una modalità di protezione del minore che ha come sua specificità l'integrazione tra due diversi stili di vita. La mente del bambino, che viene affidato a degli estranei o a dei lontani parenti, deve quindi collocare una pluralità di figure con funzioni genitoriali. Ed è la loro modalità d'intersecarsi che crea un campo psichico intergruppale che o è dialogante e fa maturare o è infantile, nel senso letterale di senza parole, e fa rimanere piccini, fragili e vulnerabili.

È a questo spazio interpersonale che il supervisore presta particolare attenzione guardando a come il clima emotivo, fantasmatico e progettuale delle due famiglie incida nell'interazione sia tra i componenti dell'équipe che a questo compito si dedicano, sia dentro ai gruppi di lavoro appartenenti a realtà istituzionali diverse che l'operatività va costituendo e sciogliendo.

In questa area intergruppale vanno depositandosi i vissuti agglutinati, sincretici, fusionali che sono costitutivi del mondo familiare. La loro natura indifferenziata, poiché è sottoposta alla pressione della discriminazione tra le due aree familiari sempre in gioco a causa dell'andare e venire del bambino, non può però mai depositarsi definitivamente. Le parti psicotiche del familiare sono pertanto sempre allo stato libero e vagano minacciose nel campo relazionale. Il passaggio del bambino da una casa all'altra mette dunque tutti i componenti dei due nuclei genitoriali in un vissuto di natura irragionevole poiché nessuno può mai - per davvero - chiudere definitivamente la porta che contiene la sua vita familiare e non pensarci più.

Il normale narcisismo che tiene coeso il gruppo familiare è dunque costantemente minacciato, messo a dura prova, offeso nella sua natura di cornice protettiva. Invidia, rivalità, competizione, rabbia, depressione, scissione, destabilizzazione, spersonalizzazione, senso d'irrealtà, di conseguenza, circolano costantemente tra i due nuclei che non possono ignorarsi perché intersecati attraverso il bambino. Gli operatori che incontrano questi soggetti vengono inevitabilmente a contatto con i sentimenti patologici che ristagnano allo stato libero nell'area affettiva che si crea in mezzo, tra le due famiglie. In questa zona d'intersezione si depositano dei vissuti contrastanti poiché è in essa che si rende concreta la presenza di un'alterità che viene sentita come minacciosa per la propria stessa identità di famiglia unica. Il contatto emotivo in questa zona comune diviene perciò bruciante e produce faville incendiarie. Il fuoco infiamma l'anima e fa desiderare inevitabilmente l'eliminazione dell'altro che, esistendo, mette in dubbio il senso del proprio valore. Il calore del focolare acceso, attorno a cui relazionarsi, sviluppa altresì un desiderio di vicinanza solidale capace di proteggere il bambino e le sue relazioni primarie. La "giusta distanza" tra le due famiglie è quindi l'elemento protettivo che decreta la possibilità di contenere il bambino che vive in due case senza fare terra bruciata dei collegamenti tra i luoghi dove si sviluppa la sua storia di vita.

Nella mente del minore, quando si rompe la connessione tra le sue due realtà di vita, si frantuma il valore del legame. Il piccolo allora rischia di non poter più mettere in relazione nulla, nemmeno i suoi pensieri. L'esito è una "stupidità" che diventa funzionale allo sviamento della nascita di nuove idee. La generatività pertanto muore e con essa il senso del futuro. Del transito del bambino da una casa all'altra si occupano allora gli operatori che, svolgendo un lavoro di mediazione tra le due famiglie in campo, cercano di evitare che il piccolo sia usato e abusato mentalmente. I professionisti, quindi, osservano e intervengono sul nucleo affettivo che contiene gli elementi psicotici del mondo familiare al fine di tenere il bambino ad una costate distanza di sicurezza dalla follia che distrugge i legami.

La parte bizzarra, che non può rimanere fissata nelle cornici familiari, gira infatti liberamente e impregna il campo relazionaIe alimentando sentimenti contrapposti.

I professionisti devono allora poter integrare vissuti aggressivi e libidici per non colludere con i comportamenti bizzarri e scomposti della famiglia senza confini contenitivi e per non rendere inutile la loro presenza come portatori del senso di realtà.

L'area invisibile che collega la rappresentazione di una famiglia con la rappresentazione dell'altra realtà familiare è molto complessa da decodificare poiché vi sono inserite delle singole persone con i loro principi, si trovano confrontate le abitudine domestiche di due case e sono pure in scena, nel concreto e nel mondo fantasmatico, tutti gli stati emotivi trasmessi dagli avi delle due stirpi che si sono unite in matrimonio generando un figlio. Gli ascendenti compaiono attraverso quei conflitti intergenerazionali e transgenerazionali che, scendendo a valle attraverso la catena familiare, sono finiti nei discendenti e pertanto sopravvivono nei modelli comportamentali sia di coloro che hanno atteggiamenti educativi a rischio sia di coloro che rappresentano una risorsa formativa per il piccolino. Anche quando l'affido è effettuato da un singolo o il bambino è un figlio riconosciuto da un solo genitore, nel campo dell'intersezione vi sono una pluralità di presenze poiché ognuno porta con sé tutta un'articolata rappresentazione del suo romanzo familiare. È questo un insieme di vicende che hanno trasmesso o meno la capacità relazionale e con essa la forza d'animo per allacciare rapporti e per svincolarsi da essi. Questa particolare qualità dei vincoli, sia che il bambino esca dalla cerchia familiare sia che rimanga dentro alla struttura parentale, entra nella mente del piccolo sedimentando pensieri regolari o irregolari. Ed è proprio dalla realtà psichica del bambino che poi la ragionevolezza o l'irragionevolezza transitano nei gruppi di lavoro che si attivano per la protezione del minore.

La possibilità di sviluppare una sana interazione tra le due istituzioni familiari che si occupano di un bambino in affido è dunque lo specifico compito di ogni gruppo di lavoro e prevede la "bonifica" degli elementi psicotici introdotti dalla rottura della circonferenza familiare. Questa finalità è perseguibile solamente a partire dallo sviluppo di un progetto che tenga vincolati una pluralità di operatori appartenenti a più servizi e a diverse istituzioni. È in questo intreccio tra differenti contesti che si annidano le difficoltà che la supervisione prende in considerazione e cerca di far evolvere aprendo e chiudendo più cerchi.

Il compito rimane però costante: osservare e rafforzare la responsabilità dei servizi iscrivibile nell'aver pensato il progetto e non nell'esito dell'affido che può sempre e comunque evolvere in modi inattesi rendendo manifesto ciò che era latente. I diversi ambiti, tutti insieme, dovranno quindi essere capaci di dare parola alle vicende che nella storia di affido s'intrecciano in modo da curare la regolarità dei legami che, spesso, s'aggrovigliano nell'area sovrapposta. E sarà necessario farlo senza rincorrere onnipotenti idee di trovare una definitiva soluzione al dolore umano provocato dalla rottura della circonferenza che racchiude il mondo familiare.

COMUNICAZIONI

La narrazione, che attraverso il linguaggio unisce e separa, crea e trasforma, svela e nasconde, coniuga i tempi dei verbi e colloca gli eventi nello spazio, rappresenta lo strumento utilizzato dal supervisore per collegare i racconti dei singoli partecipanti al gruppo di formazione. Si tratta di individuare un'unica melodia mentre si ascoltano voci stonate, dissonanti, urlate, mute, inespressive ... Per il professionista significa avere una grande cura delle comunicazioni, dei modi di esprimersi, dei sentimenti, delle tonalità vocali che appaiono nel gruppo di lavoro. La supervisione analizza perciò il detto e il non detto, l'esplicito e l'implicito, il manifesto e il latente che attraversano ogni gruppo di lavoro portando a galla i sentimenti che circolano nelle due famiglie e nel bambino che le abita entrambe.

Più operatori, dunque, creano un campo relazionale, formato dalle reciproche identificazioni proiettive, dentro al quale compaiono i depositi affettivi evacuati dalle due famiglie. Alcune emozioni, transitate dal mondo familiare fin dentro al gruppo di lavoro, sono osservabili immediatamente. Altri stati d'animo, invece, hanno bisogno dell'occhio ecografico del supervisore per apparire nella scena dell'incontro formativo. Spesso questo mondo sommerso rappresenta un thriller in cui i colpi di scena non mancano poiché ogni storia ha inizio con una uccisione simbolica del significato della parola figlio come persona legata, curata ed accudita dai suoi genitori.

Il supervisore, quindi, cerca di scoprire il pensiero distruttivo che transita con l'idea di genitore incompetente, incapace, indegno, per analizzarlo e curarlo in modo che torni in scena la possibilità di pensare ad un rapporto tra i genitori e la loro discendenza.

Il formatore guarda allora alla regia del caso per far emergere i pensieri negativi che tramano nell'oscurità per eliminare il puer, cioè l'incompiuto. Questa parte puerile infatti rischia sempre di far naufragare il progetto desiderato, voluto e proposto perché il programma di lavoro viene attaccato, dimenticato, trascurato. Il conflitto tra un puer in evoluzione e un puer eternamente infantile è dunque insito nel progetto stesso di affido.

La tentazione, infatti, è quella di rendere invisibile il bambino in carne ed ossa, ma presente anche nei sentimenti puerili di ogni adulto, per eliminare la sofferenza dell'impotenza, il dolore dell'imperfezione, la rabbia del disconosciuto, la paura dell'ignoto.

Si può dunque affermare che il supervisore si occupa di rendere nominabile il vissuto transferale che gioca nei diversi contesti relazionali abitati dal piccolo per poter arrivare a rendere visibili i vissuti, i sentimenti e gli affetti che connotano il campo emotivo di ogni incontro. Scova e mette in parole le sensazioni, evidenzia i grumi emotivi per renderli narrabili, fa emergere i dettagli allo scopo di portarli al centro dell'attenzione.

L'esito di un affido familiare è infatti iscritto nella possibilità di disagglutinare l'area condivisa attraverso delle parole che sappiano dare senso allo scambio umano. Diversamente i sentimenti inconsci innominabili deflagrano. Troppa vischiosità toglie spazio all'evoluzione del minore, mentre troppa distanza rende impossibile occuparsene.

Il progetto di affido familiare, solamente se l'insieme dei partecipanti al gruppo allargato sviluppa una mente comune che sa contenere i conflitti e tradurli in narrazione, può non subire la frammentazione tipica di una dimensione psichica irregolare e irragionevole.

La parola tiene unito ciò che la forza della disillusione infantile attacca, disintegra e fa a pezzi. Se due genitori non sono in grado di prendersi cura del loro bambino, il rischio è che i gruppi di lavoro non possano occuparsi dei loro progetti. Quando nella supervisione non si esamina questa impossibilità non si può capire da dove provenga il divieto di far crescere il figlio-progetto.

Non è certo facile, e tanto meno immediato, mettere insieme e far dialogare servizi sociali e sanitari, coinvolgere agenzie del tempo libero e mondo scolastico, mobilitare cittadini volontari e presenze del privato sociale, eppure la tenuta del progetto di affido sta nello sviluppo narrativo delle conflittualità che vanno sviluppandosi tra queste diverse realtà. Ognuna è infatti ricetta colo di una violenza silente dovuta al fallimento dell'istituto familiare che non ha potuto occuparsi del figlio. È di questa violenza, depositata nell'istituto dell'affido, che il supervisore sa parlare senza doverla annacquare in falsi sentimenti dolciastri che servono solamente a tenere a bada la colpa distruttiva verso adulti inaffidabili, incompetenti, inadeguati e infelici. Se questa violenza, depositata nella cornice istituzionale, non emerge, essa transita nella storia degli utenti creando, prima o poi, delle prepotenti deflagrazioni. Delle volte sono brutalità espresse dal minore attraverso comportamenti a rischio. In più occasioni sono denigrazioni che colpiscono le due famiglie. Sempre sono aggressività che attaccano le diverse posizioni educative. Spesso divengono, purtroppo, animosità tra i servizi che si fanno carico di accompagnare la vicenda affidataria.

L'arte richiesta agli operatori che gravitano attorno ad una storia di separazione familiare e di collocazione del minore in un'altra casa è allora quella di cogliere le aree conflittuali e di nominarle per farle elaborare a tutti i soggetti che sono esposti al campo affettivo creato dalla rottura dell'illusione di avere una mamma e un papà speciali, perfetti, apprezzabili. Il sintomo patologico più appariscente che si evidenzia nei gruppi in formazione diviene, spesso, la difesa ad oltranza di una propria presunta perfezione che fa erigere barriere contro chiunque la voglia destabilizzare. Anche contro il supervisore che cerca di far apprendere qualcosa che prima non era conosciuto. La resistenza al cambiamento diviene palese attraverso la costante espulsione di tutti i contenuti che, non coincidendo con l'intoccabile visione del caso in esame da parte di questo o quell'operatore, vengono attaccati, disconosciuti e resi inutili.

Se non si analizzano le differenti visioni, l'affido è destinato a non funzionare poiché gli operatori non avranno gli strumenti per integrare nella mente del bambino le differenti modalità di vita delle due famiglie che lo stanno accompagnando nello sviluppo identitario.

Il compito principale del supervisore è allora quello di seguire l'équipe che si occupa della risorsa costituita dalla famiglia affidataria mentre va costruendo il suo "dialetto specifico" che parla di odi, rancori, rivalità, bastioni invalicabili, arroccamenti narcisistici, morte psichica e, qualche volta, anche di minaccia fisica, per aiutare ciascun operatore a tradurre il suo punto di vista in un linguaggio simbolico condivisibile.

Per il supervisore non si tratta dunque di risolvere contrasti, ma di far apprendere un linguaggio narrativo capace di dare un nome agli stati emotivi che sono contenuti nelle dimenticanze, falsità, rabbie, arroganze, inettitudini, contese, proteste ...

Il supervisore, allora, lavora sul testo simbolico che permette di trovare parole per parlare con l'altro diverso da sé e perciò segnala ogni sentimento narcisistico maligno, ogni illusione fusionale, ogni tentativo di costruire un magma difensivo di natura sincretica, ogni chiusura invalicabile che impedisce la comunicazione.

LEGAMI

La potenzialità dell'istituto dell'affido sta nel tessuto connettivo dei vincoli che collegano i servizi con le due famiglie e nella chiarezza degli svincoli che assicurano a ciascun soggetto la tenuta dei suoi confini soggettivi. Gli operatori che si dedicano all'affido sono allora costruttori di legami poiché sviluppano, sostengono e contengono processi di attaccamento e di distacco.

Nella supervisione va allora colta, letta e interpretata la pluralità delle relazioni che costituiscono la trama specifica di ogni storia di affido familiare sia consensuale che giudiziario, sia effettivamente avviato che abortito prima di venire alla luce, sia desiderato che disprezzato, sia parziale che senza scadenza. Ogni percorso parla della difficoltà del bambino di migrare dalla "madre patria" al "paese straniero" ospitante. Nella supervisione, ancora una volta, si tratta di dare una possibilità di rappresentazione all'area intermedia che contiene o lascia senza punti di appoggio la fase del transito identitario. È lasciare il noto che dà la possibilità di crescere, maturare e svilupparsi, ma lasciare il certo per l'incerto fa però paura poiché vi è un momento che fa sentire troppo lontani da entrambe le sponde. È dunque alla storia evolutiva con le sue fasi critiche che il supervisore cerca di dare uno sviluppo affinché i personaggi coinvolti non si schierino dentro a convinzioni inamovibili che, qualora non si trasformino, si radicano dentro ad affermazioni stereotipate. Sono queste delle opinioni che non hanno la possibilità di aprirsi al dubbio. Sono verità che non tollerano l'incertezza della ricerca. Sono assunti che vanno incrostandosi e finiscono per depositarsi nella parte nascosta dentro alle organizzazioni dei servizi. Diventano cosÌ dimensioni impensabili che vanno a far parte delle realtà istituzionali. È poi la dimensione burocratica quella che s'incarica di difendere la stereotipia. È allora su questa dinamica istituzionale e interistituzionale che il supervisore pone una continua attenzione per aiutare l'équipe a rendere esplicito l'implicito contenuto nei gruppi di lavoro che sono immersi nel contesto del loro Ente di appartenenza.

Chi opera nell'affido familiare entra in un contesto istituzionale che collega più gruppi operativi siano essi formati da privati cittadini, da associazioni del privato sociale o da gruppi di lavoro appartenenti all'Ente pubblico. Ed è quindi alla dimensione organizzativa che i diversi soggetti chiedono giustizia, equità, visibilità, ragione, protezione. È come se l'istituzione, con le sue articolazioni organizzative, andasse a rappresentare la giustizia genitoriale mancante.

Il travaglio emotivo degli operatori pubblici, in qualsiasi veste amministrativa assumano questo compito sociale, torna quindi a manifestarsi qualsiasi sia l'organigramma poiché non è l'insieme delle funzioni e l'operosità delle gerarchie che può modificare il deposito emotivo sedimentato nella cornice organizzativa. Bisogna creare un dialogo con il vissuto depositato nell'istituzione. La paura del cambiamento però non sempre lo permette facendo incrostare e sclerotizzare comportamenti pregni di pregiudizi. La fissità, al di là delle trasformazioni gerarchiche e funzionali nell'équipe, è dunque il sedimento dell'impensabile storia di una primaria istituzione, cioè della famiglia d'origine, che nata per proteggere ha lasciato invece soli e abbandonati. Senza pensare al contesto gruppale del mondo familiare non si può dunque comprendere questo ritorno del rimosso che, attraverso gli attacchi all'istituzione di appartenenza, si ripresenta proprio per essere analizzato e capito.

Al supervisore, quindi, spetta l'osservazione del deposito traumatico incistato nella cornice organizzativa ed è un suo obiettivo provare a dare parola alla fissità che va cronicizzandosi all'interno dei gruppi di lavoro che rivendicano, in vari modi, "giustizia".

Si osserva e s'interviene dunque nella dinamica dell'équipe poiché è al suo interno che si manifestano le rabbie contro l'organizzazione e si evidenziano gli stili relazionali pregni del non detto che poi, inespresso, transita negli altri contesti di lavoro. Si promuove la tenuta delle connessioni con la rete dei servizi perché si sviluppi una modalità di comunicazione non solo tra operatori, ma anche con docenti, educatori, sacerdoti, vicinato, cittadini solidali, reti amicali per avere in mente il bambino nella sua interezza.

Si legge la relazione con la famiglia affidataria e la rappresentazione della famiglia d'origine del minore per analizzare come si stia sviluppando il campo d'intersezione.

Si fa tesoro, là dove è possibile inserire il bambino in attività ludiche basate sullo psicodramma, di quanto il piccolo stesso va narrando attraverso il gioco creativo, il fare storie, la rappresentazione onirica.

Si dialoga con l'educatore domiciliare che s'interfaccia con il bambino e la sua famiglia in quanto soggetto che, connettendo i due nuclei, riceve i primi depositi delle scorie emotive impensabili.

Ogni incontro di supervisione, formazione e approfondimento si adopera quindi affinché i professionisti possano perfezionare gli strumenti per potersi narrare l'invisibilità, l'immaterialità e le caratteristiche dei rapporti umani che uniscono e disuniscono un bambino da tutti i suoi contesti di vita. L'abilità di un'équipe che si occupa di famiglie affidatarie è dunque quella d'integrare le diverse visioni dei genitori affidatari cosÌ come esse appaiono nei percorsi di conoscenza e di sostegno sia individuale che gruppale per poi riuscire ad abbinarli con i bambini che provengono da un'altra realtà familiare e infine affinare la professionalità necessaria per contribuire alla tenuta del processo.

La competenza del supervisore s'individua nel suo non schierarsi controtransferalmente con nessuna posizione. Egli infatti è chiamato a rilevare dove si collochi l'ostacolo all'integrazione tra le diverse angolature comparse nei gruppi di sensibilizzazione, di formazione, di sostegno educativo, di monitoraggio e nei colloqui individuali, di coppia, con il contesto familiare e infine nel lavoro effettuato a domicilio o nei laboratori ludici. Anche per il supervisore, qualora compaia l'idea che una visione è più adeguata di un'altra, dovrà scattare un campanello d'allarme che lo induca ad analizzare questa predisposizione. Sarà la sua stessa analisi interiore a trovare il modo di dare parola all'opposizione che elide anziché alla diversità che arricchisce.

Il piccolo, crescendo tra due famiglie, deve saper attingere dall'una e dall'altra per poter divenire se stesso e riuscire poi ad andare per la sua strada. La sua identità è data da un sicuro collegamento con la sua ascendenza e con una precisa forza d'animo attinta e sviluppata durante l'esperienza di affido. Questi due attaccamenti, se ben combinati e sapientemente mescolati, assicurano l'incremento dei fattori di resilienza, cioè delle possibilità di trasformarsi di fronte agli urti della vita.

I servizi garantiscono quindi al bambino una ben dosata alchimia relazionale e misurano gli ingredienti emotivi proprio soppesando continuamente le parole che pronunciano sia dal punto di vista semantico che da quello affettivo.

Gli operatori, dunque, abbisognano di un supervisore per guardare empaticamente la dose di vicinanza e di lontananza che è possibile "somministrare" ad ogni specifico bambino. Senza pregiudizi, preconcetti, stereotipi. Bensì entrando nella dinamica dei diversi gruppi in gioco per sentire sulla propria pelle il valore della solidarietà e la rabbia causata dall'abbandono. Ogni percorso formativo, quindi, cerca di dare visibilità al rapporto che intercorre tra tutti coloro che si adoperano per sviluppare la competenza e la sostenibilità delle modalità affettive di aggancio e di sgancio che circondano il piccolo.

Le spiegazioni, le intuizioni, le interpretazioni, i suggerimenti del supervisore, intrecciandosi con i racconti, le storie, le vicende e le conoscenze del gruppo di lavoro, arrivano a costruire un linguaggio condiviso in grado di rappresentare la struttura dei vincoli che contraddistinguono il complesso groviglio relazionale che sostiene ogni processo di affido familiare. Operare nel campo della separazione di un minore da mamma e da papà per permettergli di vivere con dei genitori sociali significa allora saper rappresentare l'insieme formato da più gruppi familiari e poter tenere a mente come essi sono collegati e come dovranno scollegarsi. Un affido inizia per concludersi. Sempre.

L'équipe s'incarica di monitorare questo principio. Tuttavia non è facile chiedere di spalancare una porta e di saperla chiudere quando giunge il momento di farlo, non è indolore vedere un bambino adattarsi a una nuova vita e portarlo via da questa, non è semplice sostenere un processo di attaccamento per poi reciderlo. È come immergersi volontariamente nel tema del lutto. Quello del bambino che esce di casa, quello dei genitori che lo lasciano andare, quello dei genitori sociali che lo accolgono temporaneamente, quello di tutti i soggetti coinvolti quando il bambino conclude la sua esperienza nella famiglia affidataria.

L'area dell'affido segna infatti dei legami che s'intrecciano per finire. Se il sentimento luttuoso non viene rappresentato succede che viene agito determinando "buchi" nel progetto. E si fantasticano affidi senza che vi siano i presupposti reali per attivarli, si anticipano chiusure per scappare dalla possibilità di accompagnare alla conclusione, s'interrompono collocazioni fuori casa per agire le rotture con rabbia, si tengono i piccoli per tempi indefiniti nei contesti che li stanno accogliendo per evitare lo scioglimento dei legami. Il supervisore elabora quindi i sentimenti luttuosi dell'operatore che, a sua volta, custodisce nella sua mente le famiglie affidatarie potenziali, candidate oppure operative con il loro "buco dolorante" da colmare.

Professionisti e genitori sociali, insieme, contengono poi il progetto di separazione del minore da casa, cioè di un bambino allontanato da mamma e da papà per venire accolto "altrove" al fine di tessere non tanto nuove relazioni familiari quanto inediti rapporti solidali.

Tutti questi soggetti, intesi sia come unità individuali sia come unità gruppali, cercano di fare in modo che la frattura che disunisce il figlio dai genitori non sia un baratro buio e spaventoso, ma un attivatore della capacità ripartiva e creativa. La differenza sta nell'articolare una parola che sappia tessere racconti sul lutto, sulla mancanza e sulla perdita evitando di usare espressioni stereotipate che colpevolizzino o enfatizzino l'esperienza. La colpa persecutoria viene infatti usata per tenere a bada la colpa depressiva. L'illusione magica diventa perciò una modalità di distacco dalla realtà che alleggerisce il sentimento d'impotenza.

L'allontanamento da casa crea una cesura dolorosa. Non si può negarlo.

La disunione crea una spaccatura angosciante. È necessario osservarla.

Il vuoto che si apre tra i due lembi staccati va riempito di parole e di gesti. Una nuova lingua verbale e corporea deve andare a sostituire le zone mute e cieche.

Il linguaggio simbolico dà allora senso allo svincolo e permette di creare nuove potenzialità. La creatività ripara il vuoto angosciante sviluppando l'amore per se stessi con il proprio romanzo familiare, e per gli altri, con le loro offerte relazionali. Il supervisore è allora consapevole che ogni narrazione incompleta, mistificata o pretestuosa tra i componenti dei gruppi di lavoro che contengono le diverse appartenenze, diviene un mattone mancante nella costruzione di quel pensiero simbolico che permette di contenere la sofferenza provata prima dal figlio e dai suoi genitori e successivamente dai soggetti affidatari e dal bambino.

Il piccolo tenuto troppo vicino alla sua casa soffre per l'incuria dei suoi genitori, se però viene collocato troppo lontano dai suoi affetti patisce per la nostalgia dovuta alla sua costruzione immaginaria di una mamma buona e di un padre protettivo da cui anela continuamente poter ritornare.

È un dolore pervaso dal sentimento struggente e amaro della malinconia. È un morso divorante causato dalla paura di non ritrovare mamma e papà. È il terrore di dispiacere i genitori affidatari ed essere abbandonato a se stesso. È un sentimento di terrificante solitudine pieno d'inquietanti interrogativi. È dunque la distanza quella che si riempie di spettri minacciosi tanto quanto è la vicinanza eccessiva quella che brucia la pelle psichica impedendo la costruzione di un contenitore mentale dove custodire se stessi.

Il supervisore garantisce quindi uno spazio e un tempo durante il quale i partecipanti al gruppo formativo possono imparare a raccontare e raccontarsi come miscelare i due ingredienti base dell'affido familiare costituiti dal valore del vincolo e dello svincolo. Lo sviluppo delle capacità di narrare le caratteristiche dei legami va ad arricchire la scorta di pensieri mattone con cui poi i professionisti possono operare nel campo senza venir travolti dal lutto, dalla perdita e dalla mancanza.

Sono queste delle consapevolezze che fanno agire pacatamente con i servizi per quanto deficitari; sono dei pensieri che permettono di comprendere le famiglie affidatarie per quanto annaspino nel contenere il figlio d'altri; sono certezze che tengono a bada la rimozione di fatti indesiderati per la paura di non saperli affrontare.

ELABORAZIONI

Aiutare l'équipe ad elaborare l'ansia paranoica che copre il vissuto depressivo affinché ogni professionista dell'affido possa superare la ricerca del colpevole e gli operatori, tutti insieme, riescano ad affrontare il trauma dell'abbandono, è il principale compito del supervisore.

Il tema dell'allontanamento del figlio dai genitori è un evento sentito cosÌ violento da essere in gran parte impensabile. Esso rappresenta il perturbante.

Nei gruppi di lavoro si preferisce, infatti, osservare come "mettere in salvo" il minore piuttosto che analizzare come interrompere la continuità con il suo contesto di vita quotidiana. Il bambino, ferito dalla separazione da casa, cerca poi di alleviare il suo dolore, dovuto alla frattura provocata dall'interruzione della sua continuità identitaria, cercando un bersaglio. Il malvagio può essere il genitore che di lui non è riuscito ad occuparsi o l'affidatario che lo ha "rubato" alla sua famiglia, ma anche il bambino stesso può sentirsi colpevole di non essere un figlio adeguato. Spesso i piccoli che fanno fallire un affido raccontano proprio della loro impossibilità a tollerare questo diffuso senso di colpa paranoico che li fa sentire indegni di essere amati al punto da rendere impossibile a qualsiasi adulto l'amarli. La possibilità quindi di sostenere nei gruppi di supervisione il sentimento depressivo proveniente da un genitore incapace e da un genitore affidatario limitato dà voce al puer che alberga dentro al mondo interno di ogni operatore e che chiede, infantilmente e illusoriamente, di ottenere un risarcimento. Se poi il sentimento di cattiveria che copre l'angoscia di non valere molto si nutre di un vissuto infantile, il dare visibilità alla disperazione rabbiosa viene oscurato dalla provocazione. Questo passaggio dalla stizza alla demoralizzazione è senz'altro un vertice importante del lavoro psichico da proporre agli operatori di ogni équipe che si occupa di affido familiare.

La fuga dal sentimento d'impotenza, il permanere di un sentire guerrafondaio, la testarda convinzione di sentirsi sicuramente detentori della verità, permea dunque l'esperienza d'incontro tra supervisore e operatori di un servizio che si occupa di quelle famiglie che dovranno accogliere i sentimenti angoscianti di un bambino separato dai suoi cari, messo nella condizione di sentirsi diverso dagli altri coetanei, travagliato dal viversi come colpevole di genitoricidio o vittima di figlicidio.

Il passaggio dal tema del nemico da combattere al sentirsi inadeguati richiede al supervisore di lavorare contemporaneamente sempre su due focus poiché, se non guarda all'unisono al tema manifesto che ha fatto lì convocare i partecipanti al gruppo e il tema latente che muove il vissuto identitario personale e professionale, non riesce ad integrare le parti cognitive con quelle emotive.

Il saper fare e il saper essere rappresentano dunque le finalità di ogni percorso formativo.

Bisogna individuare la frattura identitaria che ha messo in moto nell'operatore il bisogno inconscio di occuparsi di affido familiare. È una rottura spesso dovuta a storie drammatiche che hanno reso orfani gli operatori stessi o li hanno privati della possibilità generativa. Altre volte la ferita da rimarginare riguarda vicende della famiglia d'origine che, attraverso l'affido reale o simbolico di uno o più bambini, ha lasciato in sospeso il tema della rivalità nella fratria. Altre volte l'esperienza non tanto concreta di "essere stati in affido" o di aver dovuto condividere i genitori con coetanei non consanguinei emerge nell'irrisolto conflitto tra il genitore avuto e il genitore sognato. Quello reale ovviamente limitato, quello fantasticato altrettanto comprensibilmente idealizzato. Se questi sentimenti non vengono alla luce per passare da inconsapevoli a consapevoli lavorano all'interno del modo di vedere la storia dell'affido familiare di ogni bambino creando macchie cieche. Sono questi dei nuclei agglutinati di tipo emotivo che, non tollerati al proprio interno, vengono proiettati sugli altri in modo massiccio.

Spesso è davvero tragica la sensazione di abbandono, di solitudine, di inferiorità, ingiustizia, rabbia, rifiuto vissuta dai servizi per la tutela minorile e depositata nelle équipe per l'affido a riprova che se il tema del ridimensionamento dell'immagine genitoriale non viene elaborato penetra in ogni gruppo di lavoro. Gli operatori che si dedicano alla tutela dei minori denunciano infatti le poche risorse a disposizione, cioè la povertà di relazioni di cui sanno e possono usufruire. Avendo ricevuto in deposito il dolore impensabile dei propri infelici utenti spesso anche se invitati a lasciarsi aiutare, accompagnare, sostenere avvertono ogni proposta d'incontro inadeguata. Tendono quindi ad agire piuttosto che a riflettere e avvertono i servizi "specialistici", siano essi quelli sociosanitari o quelli che gestiscono le famiglie affidatarie, come controparte che toglie piuttosto che come alterità che arricchisce. Supervisionare questi incontri significa affrontare angosce primitive di furto, abbandono, malvagità, indegnità, colpa ed implica attrezzarsi, come esperti, di una forte capacità di decodifica del controtransfert.

I sentimenti suscitati negli operatori dal compito di lavoro sono infatti inevitabilmente quelli che vengono depositati nella mente del supervisore al fine di liberarsene in fretta. Il supervisore, alle volte, si sente colpevole di non riuscire a far trovare una soluzione che medi tra le diverse esigenze dei servizi. L'analisi del controtransfert guarda allora al deposito che dagli utenti è passato agli operatori e che, non elaborato, viene proiettato dentro al supervisore. Questo passaggio dei movimenti emotivi da un contesto ad un altro ha sempre come matrice il vissuto intergenerazionale e transgenerazionale che ha segnato non solo i nuclei familiari inadeguati, ma anche i nuclei considerati come risorsa per l'affido. Il problema non è che ci siano sentimenti di colpa, di dolore, di angoscia, la soluzione è farli passare da sommersi ad emergenti.

Il supervisore, solamente nella consapevolezza di aver ricevuto in deposito il sentimento sincretico che nega l'alterità, il vissuto di colpa che colpisce l'autostima, l'angoscia del cambiare punto di vista che porta ognuno a difendere le proprie roccaforti narcisistiche, può aiutare i professionisti per l'affido familiare a rompere questi vissuti drammatici e a dare parola alle paure che circolano nei momenti d'incontro.

Il supervisore è consapevole, a propria volta, dell'impossibilità di far pensare chi non riesce a tollerare la defusione perché immerso in un mondo dove la separatezza è terrificante.

È dunque cosciente che anche lui deve saper accettare che non sempre è possibile modificare una struttura difensiva, che si trincera dietro inamovibili convinzioni, forse proprio perché il cambiare punto di vista romperebbe l'unica identità possibile, quella che per esistere si struttura contro qualcuno.

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.