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Io non ho bisogno di denaro

Io non ho bisogno di denaro
ho bisogno di sentimenti
di parole
di parole scelte sapientemente
di fiori detti pensieri
di rose dette presenze
di sogni che abitino gli alberi
di canzoni che facciano danzare
le statue di stelle che mormorino
all'orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia
questa magia che brucia
la pesantezza delle parole
che risveglia le emozioni e dà
colori nuovi.

Alda Merini (Terra d'Amore, 2003)

 

 

Attraverso narrazioni dense ed incalzanti, riflessioni concrete su come affrontare alcune annose questioni legate alla gestione della separazione coniugale ed esemplificazioni tratte dalla loro esperienza professionale, Francesco Berto e Paola Scalari ci accompagnano in una dimensione complessa, quella dei legami affettivi, del loro instaurarsi, modificarsi nel tempo e, in alcuni casi, spezzarsi.

Creare vincoli amorosi significa annodare fili e costruire progetti condivisi, ma anche giostrarsi nel difficile compito di mantenere un equilibrio dinamico tra aspirazioni personali e limiti imposti dal confronto con l'alterità del partner. Ogni relazione prevede dunque l'attraversamento di momenti di crisi, una crisi che non ha di per sé connotazione né positiva né negativa, ma che comporta la fatica della ricerca di continui aggiustamenti per farvi fronte.

Anche la separazione coniugale può costituire un'occasione di crescita per chi ne è coinvolto, ma solo a patto che nasca da una pacata, per quanto dolorosa, consapevolezza che non è più possibile stare insieme e si fondi su di un allontanamento sempre rispettoso dell'altro e su di una capacità di attraversare il lutto della perdita come unica strada per aprirsi poi a nuove opportunità di legame.

Essa diventa invece un evento traumatico per la coppia, e non solo, se si incista in liti furibonde, svalutazioni e colpevolizzazioni reciproche e in angoscia incontenibile di solitudine. In tali casi i vincoli relazionali, quei fili cui accenna il titolo del libro, si spezzano ma solo apparentemente, in realtà restano ben saldi ed anzi si stringono prepotentemente attorno alle persone che li avevano tesi; così, proprio nel momento in cui gli ex-coniugi si illudono di essersi finalmente liberati di quei legami divenuti ormai intollerabili, non si accorgono che in realtà ne sono soffocati al punto che i loro sensi risultano ottusi e la loro mente paralizzata: l'ascolto diviene impossibile, la vista è offuscata e il riconoscimento dell'alterità è impedito, il pensiero si riduce ad un asfittico tutto o nulla, dentro o fuori, vittima o carnefice.

Ma se i fili restano intatti, a spezzarsi sono invece le persone, marito e moglie, che continuano a mordersi e ferirsi perché di fatto non sono in grado di lasciarsi veramente, e soprattutto i loro figli; su di essi si concentra l'attenzione di Berto e Scalari: sono bambini strattonati di qua e di là, costretti ad abbandonare la condizione infantile per avventurarsi in una confondente inversione generazionale con i loro genitori e/o a prendere parte alle logoranti diatribe familiari, sempre più schiacciati da macigni di paura e silenzio rabbioso.

Ma cosa fa sì che la separazione si trasformi in un evento traumatico, portando alla luce tanta follia nel legame? Cosa rende gli adulti ciechi di fronte alle sofferenze che stanno causando ai loro figli? Come mai accade a volte che, anziché prendersene cura, gli ex-coniugi si ritrovino a far uso della prole per danneggiarsi e colpirsi reciprocamente?

Berto e Scalari offrono una loro risposta a queste domande, pur senza saturare il pensiero e anzi incoraggiando nuove riflessioni nel lettore: secondo gli autori le separazioni si caricano di sofferenze per la coppia e per i bambini quando gli ex-coniugi non sono in grado di fare di questo evento un'occasione per riflettere su di loro e sulla loro modalità di stringere legami, quando si rifiutano di ascoltare e vedere i figli perché inconsapevolmente sanno che occuparsi delle fragilità e dei bisogni dei loro bambini comporterebbe innanzitutto occuparsi delle fragilità e dei bisogni dei bambini dentro di loro.

Le ferite dei figli rischierebbero infatti di richiamare nel genitore proprie ferite antiche, inferte dal mancato riconoscimento che a sua volta egli ha subito da bambino ad opera della generazione precedente. Così il genitore evita di interrogarsi sul disagio che i suoi bambini manifestano alcune volte attraverso lunghi silenzi e noncurante spensieratezza, altre volte mediante comportamenti oppositivi e aggressivi, e preferisce pensarli alternativamente come bambini sereni o bambini impossibili, con il rischio però di tramandare anche nella nuova generazione la catena di incomprensioni e di dolore che è all'origine della malattia del legame.

Fili spezzati è allora anche un limpido elogio sia dell'ascolto, che permette di porsi in contatto con chi ci sta di fronte, sia della parola, che dà senso al vuoto dirompente, sia del rispetto della diversità, che riduce il rischio di vedere l'altro solo secondo la propria prospettiva e di usarlo in base ai propri interessi. Fili spezzati è insomma un'autentica celebrazione del valore della "terzietà", del saper assumere una posizione di osservatore, decentrandosi rispetto a quanto sta accadendo per concedersi un giusto spazio e tempo di riflessione.

Ma chi può aiutare i coniugi che si stanno separando ad assumere una tale posizione nei confronti delle loro vicende?

Gli autori arruolano a tal proposito la cerchia dei familiari, degli insegnanti e degli educatori dei figli, esortandoli a non lasciarsi invischiare nelle logiche malate del legame e a contribuire a coltivare la cultura del valore del vincolo affettivo anche di fronte ad una separazione.

Quando però perfino la polis tende a colludere con gli ex-coniugi e la posizione di terzo rimane vacante, si rende necessario l'intervento degli operatori sociali e dei tribunali, perché sia tutelato innanzitutto il minore e la sua possibilità di investire con fiducia nei rapporti affettivi, se non in quelli presenti, almeno in quelli futuri.

Tutta la società dunque è chiamata in gioco per far fronte alle sofferenze generate da una separazione coniugale ed è indispensabile che essa si faccia carico di tale questione se non vuole venirne travolta suo malgrado, dato che dalle ceneri delle vecchie coppie malate, se non adeguatamente "rielaborate", tendono a nascere nuove coppie ugualmente malate e destinate al fallimento relazionale. La spirale mortifera della ripetizione transgenerazionale della follia del legame diventa dunque per Berto e Scalari l'unico filo che vale davvero la pena di spezzare.

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.