Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide backgroundSlide thumbnail
Slide background
Slide background

Commenti

  • Paola Biasin ha scritto Altro
    Essere genitori e non amarsi: difficile!... Domenica, 14 Giugno 2015
  • Emanuela ha scritto Altro
    Siamo messi male
    Oh come mi... Venerdì, 05 Dicembre 2014
  • Renata ha scritto Altro
    Perchè stupirci?
    E' un problema quello... Domenica, 24 Novembre 2013
  • Marcella ha scritto Altro
    Speranza
    Neppure la giornata sui diritti... Sabato, 23 Novembre 2013
  • Paola Scalari ha scritto Altro
    Dare voce
    Chi è Educatore ha espresso... Sabato, 23 Novembre 2013
  • Domenico ha scritto Altro
    Ragazze Invisibili
    Una brutta,... Mercoledì, 20 Novembre 2013
  • Michela ha scritto Altro
    Io penso...
    Nel film "Il ladro di... Lunedì, 18 Novembre 2013

donna-e-mamma-cover

EDUCARLI
PSICOLOGIA

UN AIUTO PRATICO PER CAPIRE I MOTIVI DELLA SUA AGGRESSIVITÀ E FARGLI CAMBIARE ROTTA. COME? MAl UMILIANDOLO CON PUNIZIONI ECCESSIVE, METTENDOSI NEI SUOI PANNI E SUGGERENDOGLI ALTERNATIVE CON L'ESEMPIO

di Laura D'Orsi


Pesta i piedi, urla, alza le mani con i compagni e non ubbidisce. Tuo figlio è la classica piccola peste... Contenerlo è molto difficile, perché quando s'interviene in modo pacato, non si ottengono risultati, se invece ci si dimostra duri e severi, lui raddoppia i capricci. La prima cosa da fare è cercare di capire perché è così prepotente. Solo dopo si possono mettere in atto le strategie più mirate per arginare questo comportamento. Che va tenuto sotto controllo per evitare che si "strutturi", diventi cioè parte della personalità del bambino.
Valutare le cause in gioco "L'aggressività è una spinta naturale e necessaria perché nasce come bisogno di affermare se stessi e i propri bisogni. Basta osservare un bimbo di pochi mesi: quando la mamma ritarda nell'accorrere ai suoi richiami, strilla sempre più forte e si arrabbia", spiega la psicoterapeuta Paola Scalari. Inoltre, verso i due-tre anni è facile che il bambino attraversi la cosiddetta "fase dei no" e manifesta un comportamento oppositivo per affermare una maggiore indipendenza. Entro certi limiti, è del tutto fisiologico. "Talvolta, dietro a un atteggiamento prepotente si nasconde una spinta verso l'autonomia frenata però da troppe attenzioni, in genere da parte della mamma. E questo può provocare nel bambino una forte carica di aggressività nascosta", spiega la psicoterapeuta Masal Pas Bagdadi. Anticipare i suoi bisogni o essere troppo sollecite nel risolverli può reprimere la sua esigenza di provare a fare da solo. Anche la figura di un papà troppo autoritario può portare a un comportamento oppositivo, così come essere sottoposti a punizioni eccessive.
Se un bambino non è abituato a ricevere dei no e quindi a sopportare una frustrazione, può andare in escandescenze appena viene contrariato. I piccoli hanno bisogno di limiti entro i quali sentirsi protetti e contenuti. Avere genitori troppo permissivi non rassicura i figli e fa perdere loro il senso del limite. A volte, un comportamento aggressivo molto marcato può servire al bambino per attirare l'attenzione dei genitori, o per sfogare il suo disappunto quando percepisce troppa tensione in famiglia. È insomma un modo per dire "io esisto", per essere guardato. "Può capitare per esempio ai bambini che durante la settimana vengono accuditi da più persone, in luoghi diversi, mentre avrebbero bisogno di maggiore stabilità e abitudini", spiega Scalari. "L'obbedienza nasce dalle regole: come si può pretendere di avere un bambino çhe ascolta quando non si offre regolarità per primi?".

Può succedere, infine, che il piccolo abbia un atteggiamento così forte e impositivo perché lo ha appreso in casa. Quale stile si adotta nella soluzione dei conflitti: prevale il dialogo o l'intransigenza?

Ecco le 6 strategie

Una volta riflettuto sulle possibili cause, si può mettere un freno alle intemperanze del piccolo, senza mai mortificarlo ed evitando sempre punizioni eccessive o che si sa di non poter mantenere. Ecco qualche suggerimento, da applicare tenendo conto delle circostanze e del temperamento del bambino.

1 DIMMI COSA PROVI
È di sicuro la migliore: invitare il bambino, fin da piccolo, a riconoscere i sentimenti che prova: rabbia, delusione, paura. Una volta che avrà dato voce alle sue emozioni, dicendo ad esempio: "Sono arrabbiato con il mio amico", aiutalo a capire quale sfumatura di significato ha questa affermazione. "Sei deluso perché non ha voluto che giocassi anche tu?"; "Ti sei sentito preso in giro?". E invitalo a dire le' sue ragioni al diretto interessato. Se però fa fatica a parlare, digli che capisci ciò che prova: "So che sei arrabbiato e vorresti picchiare tuo fratello. Ma non si può fare male agli altri". E poi non si dovrebbe mai smettere di proporgli modi pacati per stare con gli altri: insegnandogli a discutere, a chiedere anziché prendere qualcosa senza dire nulla, ad aspettare il proprio turno o a scambiarsi i giochi con gli altri bambini. Certo, è imbarazzante vedere il proprio figlio che dà uno spinto ne a un compagno e sentire lo sguardo di disapprovazione degli altri genitori. In questo caso, anziché fare
una scenata davanti a tutti sarebbe meglio riprendere dopo il piccolo, dicendogli, ad esempio: 'Capisco che ti sei arrabbiato perché non volevano farti giocare, ma non è giusto alzare le mani. Pensiamo insieme a come comportarti quando sei arrabbiato". Così si stimola il bambino a trovare altri modi di superare conflitti e frustrazioni. Infine, è importante I~darlo quando ha comportamenti non I aggressivi. Così capisce che i problemi si possono risolvere, in modo più efficace, mantenendo la calma.

2 L'INDIFFERENZA? SOLO A VOLTE FUNZIONA
Dagli Usa l'ultima strategia anti-capricci:
se il bambino non vuoi saperne di ascoltare mamma e papà, si può provare a ignorarlo. Secondo i ricercatori della Yale Parenting Center and Child Conduct Clinic, più si cerca di convincere i figli a fare qualcosa, più si ottiene il contrario, perché si stimola la loro voglia di ribellione. Meglio invece fare finta di niente, lasciare che facciano i loro capricci o che si rifiutino di obbedire. E nel giro di qualche giorno, assicurano gli psicologi americani, il piccolo tiranno cambierà rotta ... Può davvero essere un buon sistema? "Talvolta, non prestare troppa attenzione può essere una soluzione, ma solo in certe situazioni, per esempio quando si capisce che il piccolo fa capricci perché è stanco e di lì a poco crollerà addormentato. Oppure quando insiste più per dispetto che per convinzione", spiega la dottoressa Bagdadi. Ma usare questo metodo in modo sistematico non è una buona idea. "Far finta di niente di fronte a un comportamento sbagliato può addirittura peggiorare la situazione. Perché spesso un piccolo prepotente si comporta così per attirare l'attenzione su di sé. Ignorarlo, gli fa percepire un senso di abbandono, l'idea di essere invisibile
agli occhi dei genitori. Il risultato è che molto probabilmente rincarerà la dose", spiega l'esperta.

3 UNO, DUE ... TRE
"Ti avviso: conto fino a tre, poi parte lo sculaccione". A quale mamma non è uscita di bocca questa frase? Ma l'avvertimento funziona davvero? "Concedere del tempo al bambino per calmarsi può essere un buon sistema, perché i piccoli agiscono d'istinto e non riescono a usare la razionalità", spiega Paola Scalari. È meglio però impostare l'avvertimento non tanto sulla minaccia fisica, ma sul fatto che non si è affatto disponibili ad ascoltare un bambino che va in escandescenze. Si può dirgli, per esempio:
"Adesso sei fuori di te e non mi piace quando ti comporti così. Appena ti calmi ne parliamo".

4 PROVA AD ABBRACCIARLO
Un altro metodo per bloccare in tempo il bambino è contenerlo fisicamente, soprattutto quando è molto agitato. Stringendolo a sé, gli si trasmette la sensazione fisica che si è in grado di fermare i suoi capricci. Poi gli si potrà parlare con grande calma e fermezza, spiegandogli bene cosa può e cosa non può fare. Ma non sempre funziona: se il bambino è molto agitato, facilmente rifiuterà il contatto fisico, che "imprigiona" la sua rabbia.
Meglio, allora, chinarsi e guardarlo negli occhi con dolcezza e, insieme, fermezza, per dirgli:
"Vieni qui, facciamo la pace e abbracciamoci".

5 USA L'IRONIA E IL GIOCO
L'effetto - sorpresa può ottenere grandi successi: prova a impartirgli le varie "disposizioni"
a mo' di gioco, utilizzando l'astuzia e l'ironia. Per esempio, non vuole fare il bagnetto? Tu "cantaglielo" con la vociona da tenore! Qualche volta, prenderla sul ridere fa bene non solo al bambino, ma anche alla mamma. Alleggerisce la tensione e scaccia la rabbia. La carta vincente del gioco insegna a far prevalere l'astuzia sulla prepotenza. E aggira la rabbia. Come il vecchio "Rubabandiera", dove due contendenti si affrontano per rubarsi il fazzoletto infilato nella cintura. O i vari giochi di ruolo dove ci si inventa una storia e si può diventare di volta in volta un personaggio forte o debole.
Così il bambino impara, finalmente, a mettersi dalla parte dell'altro.

6 DAI LE GIUSTE RISPOSTE
I bambini più grandicelli, verso i cinque anni, amano provocare i genitori più che con i capricci, con frasi spesso irrispettose e insolenti. "In questa fase scoprono di avere pensieri autonomi, diversi da quelli di mamma e papà. E indirizzando agli adulti parole provocatorie capiscono, dalla loro reazione, che cosa è permesso e cosa no", spiega Masal Pas Bagdadi. Se si agisce con troppa severità, o se li si ignora, è come 'togliere corrente' alla comunicazione. Meglio replicare in modo calmo e deciso.
Se ad esempio il bambino non vuole riordinare la cameretta "perché fa fatica", gli si potrà rispondere: "è vero, costa fatica. lo ti posso aiutare, ma devi sforzarti di farlo", rimanendo fermi nella propria posizione. E se manca di rispetto usando parolacce o frasi del tipo: "sei la peggiore mamma del mondo"? "In questi casi possiamo dirgli: 'forse sei molto arrabbiato e per questo dici cose che non pensi. Non mi piace sentirti parlare così, vorrei non lo facessi più", dice la dottoressa Bagdadi. In questo modo si ribadisce che la mamma può capire, ma entro certi limiti. Se invece il genitore si offende molto, il bambino si sente cattivo e in colpa più di quanto in realtà dovrebbe. Anche perché, fino ai 6 anni circa, non è in grado di dare il giusto peso alle proprie frasi. Imparerà piano piano a misurare le espressioni e il significato della parola rispetto".

Perchè all'asilo è più agitato?
Al nido o all'asilo, a differenza dell'ambiente familiare, un piccolo si sente "uno dei tanti", non ha tutte le attenzioni su di sé, deve competere con molti altri bambini. Si sente meno privilegiato e anche meno contenuto, protetto. E questo gli suscita una grande rabbia, che sfoga diventando prepotente.
Con i calci e i morsi lui torna a essere, anche se nella maniera sbagliata, "protagonista" della situazione. Per superare questo momento e imparare le regole della convivenza, è importante sia l'intervento delle educatrici, che dovrebbero aiutarlo a farlo sentire partecipe di un gruppo, sia quello di mamma e papà, a casa, che possono rinforzare questi insegnamenti.


{flippingbook_book 4}


Incontri

Febbraio 2023
LMMGVSD
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28

 

Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.