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Adolescenti e preadolescenti: che fare se dicono le bugie

Di Angela Bisceglia

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È un comportamento che non piace affatto ai genitori, in realtà le bugie per i ragazzi costituiscono una sorta di ‘prova tecnica’ verso il raggiungimento dell’autonomia e perciò, entro certi limiti, possono essere considerate "fisiologiche". Come ci spiega Paola Scalari, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

È importante educare i figli a raccontare - e raccontarsi - la verità

"È senz’altro importante che il genitore educhi il ragazzo alla verità, che serve non solo per costruire con lui un rapporto basato sulla fiducia, ma anche per abituare il ragazzo ad affrontare la realtà, quella che piace e quella che non piace, e a non nascondersi dietro una bugia per scappare da una situazione difficile o che impaurisce" premette Paola Scalari, psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva.

Ma dire qualche bugia è una tappa fisiologica verso l’autonomia...

Ogni tanto, però, per i nostri figli raccontare una bugia è anche un espediente per affermare la propria autonomia. Lo fanno i bambini più piccoli per provare l’ebbrezza di non essere totalmente trasparenti per mamma e papà o per nascondere qualche magagna. “E lo fanno a maggior ragione i ragazzi quando si affacciano alla preadolescenza e all’adolescenza, che segnano la fase di passaggio dalla dipendenza dai genitori al desiderio di mostrare di saper badare a se stessi, di compiere delle scelte che non sempre sarebbero gradite ai genitori” sottolinea la psicologa. “E di assumersi la responsabilità sia dell’azione che delle conseguenze, se si viene scoperti. In questo senso la bugia è un fatto positivo, proprio perché educa al senso di responsabilità. Se un giorno il ragazzo salta la scuola con il consenso di mamma e papà, è come se avesse scaricato la verità scomoda anche su di loro e come se le ‘colpe’ fossero ripartite; se invece fa tutto da solo, impara a tollerare la paura dell’essere scoperto e a trarsi d’impaccio sia nei confronti degli insegnanti che dei genitori. Si può dire allora che la bugia è una tappa fisiologica del processo di crescita. Altrimenti sono sempre mamma e papà che decidono e fanno al posto loro. Mentre i figli non crescono mai”.

Le bugie dei bambini: come comportarsi in base all'età Ed un modo per non dare un dispiacere ai genitori.

A volte i figli nascondono alcune verità perché temono che arrecherebbero un dispiacere ai genitori o sanno già che loro non approverebbero determinati comportamenti. Ma allora perché compiono ugualmente certe azioni? “Perché sono esperienze che sentono di dover fare su quella strada lastricata di errori che è l’adolescenza, perché si sono trovati in gruppo ed hanno avuto il piacere di farle, perché sanno che rimarranno episodi isolati e non è il caso di far preoccupare i genitori” risponde la psicologa. “E’ vero che vorremmo che imparassero a dire di no, ma d’altro canto, se per anni li abbiamo abituati a conformarsi sempre a quel che mamma e papà volevano, come possiamo aspettarci che abbiano autonomia di pensiero quando sono con gli amici?”
Come aiutrare i figli a fare le scelte giuste

Cosa fare se ci accorgiamo della bugia? Se è piccola, accettiamola di buon grado

Le bugie però hanno le gambe corte e spesso i genitori se ne accorgono. Come reagire a questo punto?

“Dipende dalla bugia” sottolinea Paola Scalari: “Se un pomeriggio ci dice che va a fare i compiti da un amico e invece scopriamo che se ne sono andati insieme al cinema, possiamo anche accettarla facendo finta di nulla, perché dopotutto non ha commesso nulla di pericoloso. Certo, ad un genitore può dispiacere l’idea di essere stato estromesso dal segreto, ma deve mettersi l’animo in pace che è normale che ad un certo punto un adolescente diventi ‘opaco’ ”.
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Se è una bugia più grossa, va biasimata e punita.

Come comportarci se invece si tratta di una bugia più importante? ”In tal caso facciamo quel che compete al nostro ruolo di genitori, rimproverando, spiegando perché ha sbagliato, mostrando il nostro disappunto per aver visto tradita la nostra fiducia. E, se è il caso, dando a certi comportamenti una punizione, che lui imparerà a sopportare. Perché il nostro compito genitoriale è sempre quello di educarli alla verità, soprattutto nei nostri confronti” prosegue l’esperta.

Come gestire la preadolescenza, i consigli per i genitori

Come evitare che ci racconti bugie

Innanzitutto è bene che il genitore non carichi il figlio di aspettative esagerate: non riuscendo a soddisfarle, potrebbe essere più facilmente portato a nascondere comportamenti non rispondenti alle attese. Per il resto, mettiamo in conto che non potremo evitare del tutto le sue bugie. E non sarebbe neanche auspicabile, proprio perché sono indispensabili per il raggiungimento di un’autonomia di pensiero.

E se finisce su cattive strade? “In questo caso il problema non è la bugia, ma tutta l’educazione che abbiamo impartito fino a quel momento, che dovrebbe avergli consentito di costruirsi un suo ‘zainetto’ di regole e valori fondamentali ai quali attingere per tutte le sue azioni e le sue scelte. Una volta che lo abbiamo ben equipaggiato, non possiamo far altro che dargli fiducia, pur mettendo in conto che qualche volta sbaglierà” fa notare la Scalari.

Occorre sempre vigilare su bugie “pericolose”

Ci sono però bugie che possono nascondere comportamenti a rischio e che è necessario far venire allo scoperto. Come?
Se ci accorgiamo che qualcosa non va, che nostro figlio è sempre distaccato da noi, ha un atteggiamento evasivo, il suo umore non è più quello di prima, non vuole frequentare il gruppo degli amici di sempre, occorre essere vigili.
“Cerchiamo di aprire un dialogo con lui, senza attaccare, senza fare interrogatori, ma facendoci vedere presenti, manifestando i nostri dubbi e le nostre preoccupazioni” consiglia la Scalari. “A volte sono i figli stessi che lasciano segni delle loro bugie (sigarette o ‘cartine’ dimenticate sbadatamente a casa), come se volessero essere scoperti per uscire da una menzogna che non reggono più. E, nel momento in cui cominciano ad aprirsi, non li aggrediamo i con i nostri ‘te l’avevo detto’, con offese o umiliazioni, ma assumiamo un atteggiamento che aiuti a ritrovare la strada. Per insegnare loro che si può sbagliare ma se ne può uscire; che a una bugia, anche grossa, si può sempre rimediare senza sentirsi in un vicolo cieco. Altrimenti potrebbero sentirsi incastrati in una situazione che non hanno più il coraggio di confessare. E la bugia rischia di ingigantirsi sempre di più. O di diventare sempre più pericolosa”.

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.