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La storia
E' l'ora del pranzo. La famiglia è riunita attorno alla tavola.
Federica, 20 mesi, se ne sta seduta sul suo seggiolone e chiede insistentemente di essere imboccata, anche se la mamma l'aveva fatta mangiare prima degli altri nella speranza, purtroppo vana, di essere poi lasciata in pace durante il pranzo. Il fratellino Francesco, sei anni, continua a fare capricci perché non vuole la minestra e ripete come in un ritornello "Io non ho fame. Questa roba non mi piace!". I due genitori tentano di tenerli a bada e, contemporaneamente, di soddisfare il loro appetito.
Quando sembra che la situazione si sia normalizzata perché la bimba è impegnata a rosicchiare un pezzetto di pane duro e il bimbo, seppure con la faccia schifata, sta mandando giù qualche cucchiaio di minestra, Federica si mette a spingere irrigidendosi, gonfiando il viso, trattenendo il respiro e diventando via via sempre più paonazza per lo sforzo. La madre intuisce che sono i segnali premonitori della cacca, prende svelta la figlia, la porta in bagno, le tira giù le mutandine, la siede sul vasetto e rimane in attesa dell'evento. La bambina però smette immediatamente di spingere.
La donna pensa ad alta voce: "E' da mesi che cerco di convincerla a fare la popò nel vasetto ed è da mesi che Federica trattiene la cacca fino a quando riesce a rintanarsi in qualche angolino dove fa i suoi bisognini di nascosto. Stavolta però sono stata più veloce di lei e sono riuscita, per ora, ad evitare che si nasconda dietro la tenda del salotto oppure dentro lo sgabuzzino od ancora sotto il letto per farla in pace sulle mutandine senza l'assillo del vasetto."
Intanto mentre il padre, con il cucchiaio di minestra a mezza strada tra il piatto e la bocca, impreca: "Sono convinto che Federica ci prende in giro! E' ormai da tempo che fa la cacca proprio nel momento in cui stiamo mangiando! Evidentemente vuole punirci perché la costringiamo all'uso del vasetto!", Francesco, già nauseato per conto suo, ne approfitta per allontanare il piatto di minestra che ha davanti trovando finalmente una valida giustificazione al suo scarso appetito: "Federica mi ha schifato, io non mangio più niente!".
In bagno, nel frattempo è in corso una guerra. La madre lotta con la figlia che non vuole stare seduta sul vasetto e la bimba, piangendo come una disperata, lotta per trattenere la cacca. La donna, ad un certo punto, cambia strategia e tenta di far sedere Federica sulla tazza del water. Il risultato non cambia. La figlia infatti dapprima si inarca e si contorce per non sedersi, e rischia di caderci dentro, poi punta i piedi per rimanere dritta ed alla fine urla come se la stessero ammazzando. La madre è costretta a cedere. "Le pareti dell'appartamento sono sottili e lasciano passare tutto, non vorrei che i vicini pensassero che la sto seviziando e chiamassero il telefono azzurro!" è il ragionamento che la induce a risistemare la figlia sul vasetto. La bimba, mentre la madre va alla ricerca di un giocattolino per distrarla e farla rimanere seduta, tenta di tirarsi su i pantaloni della tutina assieme alle mutandine. "Questa volta non ti permetto di fartela addosso -la minaccia la mamma rientrando in bagno con un peluche- a costo di stare qui tutto il pomeriggio!"
Tra il dire ed il fare, però.... c'è questo invito del marito a tirarla fuori, onorevolmente, dalla situazione dove si era andata a cacciare: "Il cibo si sta raffreddando tutto. Lascia stare la bambina e torna a tavola!" La signora infatti lo coglie al volo. Prima però libera Federica dai pantaloncini e dalle mutandine che le pendono tra le gambe lasciandola con il culetto nudo, poi prende vasetto e figlia e se ne torna nel tinello dove stavano pranzando. Mette l'aggeggio in un angolino riparato accanto ad un mobile, vi siede sopra la figlia e ritorna a sedersi a tavola dicendo al marito ed al figlio: "Scusatemi se ho portato qui il vasetto, ma devo pur insegnarle a non farsela addosso! E poi non dicono che la popò di una figlia così piccola è un dono del cielo? Non dovrebbe dunque darci fastidio se la fa in quell'angolino!". Federica però tiene duro e impedisce alla cacca di uscire. Dall'espressione sofferente del suo viso e dal modo con cui tiene serrate le gambe è facile intuire che non ce la fa più a trattenerla. Tutti sono in attesa dell'evento. Ma non accade nulla. Le resistenze della piccolina non hanno limiti.
"Facciamo finta di niente! Smettiamo di guardarla e finiamo di pranzare! Non può farsela addosso perché le ho tolto pantaloni e mutandine. Da qualche parte deve pur farla e l'unico contenitore in giro è il vasetto!" è l'invito che la donna rivolge al marito ed al figlio, ma è anche l'espressione della speranza che, finalmente, la faccia nel posto giusto. Girano le spalle alla figlia e riprendono il pranzo.
Saranno trascorsi sì e no due minuti quando Francesco scappa dalla stanza urlando: "Che schifo! Che puzza!" I due genitori dirigono immediatamente lo sguardo nella direzione della figlia e la scena che si presenta ai loro occhi è tragica: c'è Federica seduta sul vasetto che, indicando compiaciuta e soddisfatta la sua cacca al centro del tappeto, dice: "Papà, popò!"
"Anche oggi il dessert è servito e con tutta la mia buona volontà non riesco a vederlo come un dono del cielo!" è l'amenità con la quale il padre, tra il serio ed il faceto, esprime il timore di tutti che la bimba non imparerà mai a stare cioè senza pannolone.

L'indagine
Quando il figlio resiste, contrasta e si oppone all'uso del vasetto per i suoi bisogni fisiologici mamma e papà possono cominciare a domandarsi: "Che non sia il caso di aspettare ancora un po' di tempo prima di chiedere al bimbo di adeguarsi a questa norma sociale?". L'uso del gabinetto infatti, non rappresenta un bisogno del piccolo, bensì un suo adattamento alle convenzioni della nostra civiltà; non è un desiderio che il bimbo vuole soddisfare, bensì una regola culturale che non capisce e della quale non sa darsi ragione. Eccolo allora indugiare, scalpitare, ideare strategie per rifiutarla ed ostacolarla prima di farla propria. E' come se si chiedesse: "Perché mamma e papà s'infuriano e di arrabbiano quando faccio la popò dove voglio io? Perché questo mio -prodotto- non piace loro? Perché non lo guardano e lo ammirano come qualcosa che ho creato io, da solo? Perché vogliono che lo metta in quel -coso- buffo di plastica chiamato vasetto? Perché la eliminano velocemente e furtivamente gettandolo in quel buco nero che si chiama water?". Consapevoli di questo punto di vista del figlio sulla popò, i genitori possono a loro volta esplorare che cosa rappresenti anche per loro la cacca. Se per il bambino, che non possiede null'altro di suo, la popò è l'unico -regalo- che può creare da solo per poterlo poi offrire a mamma e papà, per i genitori invece la cacca può essere investita di significati quali -sporco, schifoso e ripugnante-. Ecco allora che la divergenza tra ciò che pensa il bambino e ciò che vivono i genitori diventa incolmabile e la lotta delle madri e dei padri per portare il figlio dalla propria parte può divenire faticosa e lunga.
Si vedono infatti mamme predicare inutilmente la puzza della cacca e bambini esibire inutilmente il piacere di giocare con questa plastilina speciale. Si vedono papà punire inutilmente ciò che considerano un cattivo vizio del bambino e i figli pensare inutilmente che nessuno apprezza ciò che riescono a fare da soli. Si vedono cioè genitori e figli misurarsi in un'area priva di ogni condivisione. Occorre allora cercare un punto d'incontro. Mentre le mamme ed i papà lo possono trovare nella loro capacità di apprezzare, ammirare essere orgogliosi della popò del loro bambino, il figlio lo trova invece nella considerazione ed approvazione che i genitori hanno per quello che fa.

La scoperta
La cacca non è una cosa innominabile, proibita, da nascondere. E' invece un evento fisiologico che segnala il buon funzionamento tra ciò si mette dentro nel corpo e ciò dal corpo si mette fuori. Eppure gli escrementi vengono investiti di molti altri significati sociali e relazionali. Spesso diventano un tabù di cui non si può parlare oppure un epiteto per offendere od ancora un fatto privato di cui vergognarsi.
Il genitore che fa proprie queste immagini negative della cacca si trova maggiormente in difficoltà ad aiutare il figlio a rappresentarsi i propri bisogni fisiologici come elementi naturali dello scambio. La popò del figlioletto diventa infatti qualcosa di nauseante fin da quando il piccino ha ancora bisogno di essere cambiato perché se la fa addosso ed è normale che la madre non veda l'ora che il piccolo si sappia tenere pulito. L'idea di pulizia viene così a soverchiare ogni altro significato della cacca e la pretesa che il figlio impari ad usare il bagno può essere espressa in modo troppo rigido dai genitori.
E' attorno alla loro inflessibilità allora che madre e padre possono soffermarsi a pensare abbandonando altresì la ricerca delle modalità migliori per imporre al bimbo questo apprendimento. Spesso questa rigidità delle mamme e dei papà sottende un blocco anche negli scambi affettivi, emotivi ed umani, Spesso cioè questa loro durezza può rendere meno fluido, nel figlio, il passaggio delle cose da dentro a fuori. Caricano quindi la cacca di significati simbolici che inducono il figlio a trattenerla e ad avere difficoltà a metterla fuori. In questo modo egli afferma la propria paura dello scambio e cerca di esercitare un attento controllo su quanto esce da lui stesso.
Non è quindi sull'obbedienza del bambino che i genitori possono far leva per insegnargli il controllo sfinterico, ma possono invece contare sulla loro capacità di essere generosi, fiduciosi, aperti al mondo. E' questa loro disponibilità che il figlio assorbe dal clima familiare e che lo induce, a sua volta, a regalare a mamma e papà, "servita" sul vasetto, quella cacca che così tanto desiderano.

I suggerimenti
Saranno molti i fallimenti e pertanto occorre che i genitori non solo sappiano attendere questa offerta del figlio, ma che abbiano anche a disposizione un bel po' di tempo da dedicare a questo appuntamento. Un tempo cioè che deve essere riempito della fiduciosa attesa che tutti i bambini arrivano, prima o poi, a capire che devono abituarsi a fare la cacca e la pipì dove vogliono i loro genitori. Se il bambino accetta questa regola come un suo atto d'amore, e non di sottomissione o di paura, impara anche il piacere di accontentare l'altro, la soddisfazione di corrispondere ai bisogni altrui, la gioia proveniente dalla generosità.
La decisione di quando iniziare l'uso del vasetto, allora, non va presa dal genitore seguendo -tabelle di marcia-, bensì assecondando il proprio stato d'animo e valutando la specifica maturità del proprio bambino. A questo punto se lo sguardo della mamma e del papà sulla cacca del loro bimbo è tranquillo, diventa capace di trasmettere gradimento e fungerà anche da tramite per l'accettazione della regola da parte del figlio.

In collaborazione con Francesco Berto

Incontri

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.