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teatro de efeso                

Agorà

Pensieri Condivisi.

"Caro insegnante...": la lettera che ogni insegnante vorrebbe ricevere.

"Carissimo insegnante, mi hai chiesto di aiutarti a capire il malessere, cioè il disordine mentale e l’inquietudine emotiva, che circolano nella tua classe. Ci provo".

Comincia così una lettera densa, profonda, sconvolgente e appassionata che Francesco Berto, il maestro Berto, scrisse nel 2010.
Una lettera all’insegnante, non agli insegnanti, perché ognuno e ognuna la sentisse e facesse sua.
Non è una lettere di indicazioni e protocolli da seguire.

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A cura di Laura d'Orsi, giornalista.

Si era chiuso in bagno e non voleva più uscirne perché la mamma, dopo 12 ore ininterrotte di videogiochi, aveva staccato il collegamento con la console. E così il ragazzino milanese, che era stato a casa da scuola quel giorno per un improbabile malessere, si è visto arrivare a casa una volante della Polizia, chiamata dalla madre stessa esasperata dal comportamento del figlio.

Dottoressa Scalari si può davvero arrivare a tanto per quello che dovrebbe essere un passatempo?
Sì, perché in questo caso non si tratta più di un'attività ludica, ma di una vera e propria dipendenza. Il ragazzino, che sicuramente aveva già mostrato in precedenza i sintomi di questa patologia, ha dapprima trovato il modo di rimanere assente da scuola perché per lui il gioco era diventata la cosa più importante, poi ha reagito in modo esagerato quando gli è stato tolto. Come se fosse stato in astinenza, incapace di ragionare.

Oggi la maggior parte degli adolescenti passa molte ore davanti a uno schermo. Pc, tablet, telefonino, videogiochi sono ormai entrati in ogni casa. Significa che i ragazzi sono tutti a rischio dipendenza?
No, perché come avviene per qualsiasi altra forma di dipendenza (alcol, droga, gioco, ecc.) ci vuole un terreno fertile perché si instauri. Significa avere una fragilità personale che porta a utilizzare questi strumenti per non affrontare i veri problemi. Andando un po' più a fondo, il videogioco permette di identificarsi in un eroe, Facebook, con il meccanismo dei like, rafforza un io debole, la chat consente di apparire come si desidera. Sono tutti mezzi che danno l'illusione di rafforzare un'identità fragile.

Qual è allora il discrimine tra un semplice passatempo e la dipendenza?
E' la differenza che passa tra i termini “usare” ed “essere risucchiati”. Nel primo caso è utilizzare uno strumento per divertirsi, anche per diverso tempo, ma saper smettere senza andare in crisi. Diventa dipendenza quando si è succubi di quel mezzo, quando gli si dedica qualsiasi spazio libero senza rendersi conto del tempo che passa. Tutto il resto perde d'importanza, compresi i rapporti con i coetanei.

Si tratta di una forma di dipendenza diversa da quella da sostanze? E' meno pericolosa?
No, gli studi hanno evidenziato che si attivano gli stessi circuiti neuronali. I sintomi sono gli stessi, comprese le crisi di astinenza. Certo, nella dipendenza da internet o videogiochi non ci sono i rischi sul corpo che comporta l'uso di sostanze stupefacenti o di alcol. Ma l'effetto principale, cioè l'estraniazione dalla realtà, non è meno pericoloso per una mente ancora in formazione.

Cosa si può fare per prevenire questa dipendenza?
Come sempre, educazione è la parola chiave. Significa non lasciare soli i bambini davanti al pc, ma accompagnarli sempre all'uso dello strumento, utilizzarlo insieme. E vigilare su cosa fanno davanti al video, facendo in modo che non sia una comoda baby sitter, ma proponendo sempre attività e stimoli alternativi.

Come comportarsi quando si sospetta che la dipendenza sia già in atto? Funzionano le maniere forti a cui è ricorsa la mamma chiamando la Polizia?
Se il problema si è manifestato, bisogna ricorrere alle cure di un neuropsichiatra perché, come si diceva, alla base sono presenti altri problemi da risolvere. In ogni caso non è vantaggioso utilizzare metodi coercitivi, che possono sortire l'effetto opposto. Proibire si è sempre rivelato un fallimento contro le dipendenze: aumenta il senso di sfiducia e ribellione degli adolescenti. Il che, se mai, li porta a trasgredire di più. La reazione della mamma del ragazzino è stata dettata dall'impotenza e dalla sofferenza. Ma in questi casi funziona meglio la ragionevolezza e soprattutto chiedere aiuto.

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Paola Scalari
è psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, docente in Psicoterapia della coppia e della famiglia alla Scuola di Specializzazione in Psicoterapia della COIRAG e di Teoria e tecnica del gruppo operativo in ARIELE psicoterapia. Docente Scuola Genitori Impresa famiglia Confartigianato.
Socia di ARIELE Associazione Italiana di Psicosocioanalisi. E’ consulente, docente, formatore e supervisore di gruppi ed équipe per enti e istituzioni dei settori sanitario, sociale, educativo e scolastico.
Cura per Armando la collana Intrecci e per la meridiana la collana Premesse… per il cambiamento sociale, ed è consulente delle riviste Animazione sociale del gruppo Abele, Conflitti del CPPP, Io e il mio Bambino, Sfera-Rizzoli group.
Nel 1988 ha fondato i "Centri età evolutiva" del Comune di Venezia per sostenere la famiglia nel suo compito di far crescere i figli e si è occupata della progettualità del servizio Infanzia Adolescenza della città di Venezia.
Insieme a Francesco Berto ha recentemente pubblicato per le edizioni La Meridiana: "Adesso basta! Ascoltami. Educare i ragazzi al rispetto delle regole." (2004), "Fuggiaschi. Adolescenti tra i banchi di scuola." (2005), "Fili spezzati. Aiutare genitori in crisi, separati e divorziati." (2006), "ConTatto. La consulenza educativa ai genitori." (2008), "Padri che amano troppo." (2009), "Mal d'amore. Relazioni familiari tra confusioni sentimentali e criticità educative." (2011), "A scuola con le emozioni - Un nuovo dialogo educativo" (2012), "Il codice psicosocioeducativo" (2013), "Parola di Bambino. Il mondo visto con i suoi occhi." (2013).

Educare è insegnare ad avere fiducia nel mondo che verrà, a investire positivamente le proprie capacità, a sognare e faticare per realizzare le proprie speranze di vita. Una scuola attiva, formativa, lo sa.
La scuola attiva e formativa è la scuola che tutti noi vorremmo avere per i nostri bambini e ragazzi ma sembra essere lontano anni luce da quello che incontriamo quotidianamente. Prevale una lamentazione diffusa: insegnanti che si lamentano della famiglia dei propri alunni, genitori che difendono tout court i figli e non sembrano comprendere la necessità di un apprendimento basato su aspetti cognitivi, cooperativi ed emotivi. Si trova tanta demotivazione e ancor più rassegnazione, al punto da creare una sorta di imprinting alla rassegnazione anche nei bambini.
Questo libro, curato da Paola Scalari e scritto da insegnanti, pedagogisti, psicologi ed educatori ha il compito da un lato di fare una fotografia critica del presente, dall'altro di proporre buone pratiche per una scuola dell'oggi e del domani. Le buone pratiche sono basate su teorie consolidate ma non ancora applicate in maniera sistematica e consapevole: Bauleo, Pagliarani, Bleger, Freinet, Milani e, per citare il mondo attuale, Canevaro e Demetrio.
Si tratta di pratiche che tengono conto della possibilità di costruire una scuola che aiuti a pensare, dialogare, dar forma. Una scuola basata sull'ascolto, su modalità cooperative, dove bambini e ragazzi possano sentirsi liberi di esprimersi ma anche di prendersi responsabilità in base alle loro competenze. Una scuola che sa mettersi in relazione con i bambini e che sa creare basi per una coesione tra adulti che condividono l'educazione dei figli e degli allievi.
A scuola con le emozioni è rivolo agli insegnanti e ai genitori, ma anche a educatori e psicologi. Com'è il mondo visto con gli occhi del bambino? E' una domanda a cui dovrebbero saper rispondere soprattutto gli educatori dei bambini (oltre che i genitori, auspicabilmente), le maestre e i maestri di vari livelli, coloro che sono impegnati a far crescere i piccoli, ad indicare loro la strada per diventare adulti, per imparare a vivere. Una bella risposta alla domanda è contenuta nel libro "Parola di bambino" scritto da Paola Scalari e Francesco Berto, edizioni la meridiana (premesse... per il cambiamento sociale). La collana, per altro, è curata dalla stessa Paola Scalari che venerdì 14 alle 18 sarà alla libreria Einaudi di Trento in piazza della Mostra.

"Il conflitto che i bambini esprimono con le loro paure richiede l'amore di tutta la nostra intelligenza", scriveva lo psicanalista Luigi Pagliarani negli anni Novanta. Fondatore e presidente di ARIELE (Associazione Italiana di Psicosocioanalisi), Pagliarani, ha lasciato una profonda traccia del suo pensiero tanto che, molti dei suoi, allievi, ora psicanalisti e psicoterapeuti, hanno costituito la Fondazione a lui dedicata (www.luigipagliarani.ch). Fra questi Carla Weber che, venerdì 14, sarà in conversazione con Paola Scalari, co-autrice del libro. Suddiviso in quattro parti, "Alfabetizzazione sentimentale" la prima, "Chiamale emozioni" la seconda, "Il legame familiare" la terza e "Immagini spontanee, volare in alto" la quarta, "Parola di bimbo" non racconta, evoca, "mobilita cioè, poeticamente, la condizione di figlio che è l'elemento unificante l'umanità". Per gli studiosi che fanno riferimento a Luigi Pagliarani, gli autori del libro e coloro che fanno parte dell' associazione "Ariele", oltrecché della Fondazione, "la possibilità di ogni bambino di costruire un buon legame con sé stesso e con il mondo esterno va iscritta nei rapporti tra genitori, nei vincoli tra famiglie, nel tessuto vitale di un territorio, nell'attenzione creativa del mondo scolastico e nelle buone offerte del tempo libero". Sostengono gli autori del libro che "un adulto significativo nella crescita dei minori sa rimanere in contatto con la parte piccola, sensibile, fragile, incompiuta di se stesso". Solo così è possibile riconoscere ed identificarsi con le fatiche emotive dei bambini e aiutare il piccolo a "mettere in parole le emozioni". Non un percorso facile perché presuppone, da parte dell'adulto, la capacità di instaurare un livello comunicativo fra sé e il piccolo, visibile e invisibile, fra la mente di chi è già formato e la psiche di chi deve ancora formarsi. Una sfida bella, premessa necessaria per un mondo umano più equilibrato e meno sofferente. Il libro è il risultato di una ricerca sul campo fatta con i bambini e, nelle pagine sono contenute anche le loro osservazioni, le riflessioni su alcune questioni poste dall'educatore. Una postfazione di Luigi Pagliarani contribuisce a centrare ancor più il tema perché i due verbi da coniugare in ambito educativo sono "allevare e generare. Il grande - che sa ed ha - con l'allevare dà al piccolo quel che non sa e non ha. Qui c'è una differenza di statura. Nel generare questa differenza sparisce. Tutti contribuiscono a mettere al mondo, a far nascere quel che prima non c'era...". Un libro utile a educatori, genitori e adulti che vogliano rapportarsi con successo con i piccoli.